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Home Mente, corpo e spirito

Susanna Basile Talk Show: Luigi Patitucci “Là dove sorge il design”

Con Luigi Patitucci architetto e designer inizieremo una serie di puntate di Susanna Basile Talk show intitolate “Là dove sorge il design”. Patitucci, designer storico e critico del design, ha fondato e condotto un centinaio di design lab per altrettante aziende produttrici e presso diversi enti pubblici, ed è stato docente di public design, service design, product design, materiali per il design, architettura degli interni, storia tecnica del disegno industriale, presso numerose università, in ambito nazionale ed internazionale. Collabora con diverse riviste nel settore del design ed ha all'attivo numerose pubblicazioni. E' autore e direttore del master in product design integrato, design land, design therapy e geografia del benessere, e il format televisivo design tv web.

Susanna Basile di Susanna Basile
Dicembre 27, 2025
in Mente, corpo e spirito
Tempo di lettura: 13 minuti
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Con Luigi Patitucci architetto e designer inizieremo una serie di puntate di Susanna Basile Talk show intitolate “Là dove sorge il design”. Patitucci, designer storico e critico del design, ha fondato e condotto un centinaio di design lab per altrettante aziende produttrici e presso diversi enti pubblici, ed è stato docente di public design, service design, product design, materiali per il design, architettura degli interni, storia tecnica del disegno industriale, presso numerose università, in ambito nazionale ed internazionale. Collabora con diverse riviste nel settore del design ed ha all’attivo numerose pubblicazioni. E’ autore e direttore del master in product design integrato, design land, design therapy e geografia del benessere, e il format televisivo design tv web.

 

Madonna, che cascata! Ecco perché non mi conoscevo, perché faccio slalom, per evitare queste presentazioni. Infatti dove sorge il design è perfetto, senza saperlo già lo sapevo, poi c’è anche design land, design therapy, quindi c’è comunque una connessione con il discorso che facevamo a proposito della psicoterapia, della psicologia, anche della sessuologia clinica. Io ti interromperò continuamente, man mano mi vengono dei collegamenti.

 

Ad esempio quando c’è stata la pandemia ed eravamo tutti sepolti vivi, il design, parto da lontano, perché il design è la parola più gettonata degli ultimi vent’anni? La troviamo appiccicata ad ogni oggetto, c’è lo spazzolino di design persino, che chiaramente non ha nessuna valenza questa dicitura. C’è un libro bellissimo che si intitola proprio The Design, che chiaramente prende in giro questa frasetta che viene appiccicata in ogni spot, ad ogni oggetto. Chiaramente è un’operazione di marketing, non ha niente a che vedere con la questione valoriale legata alla disciplina del design.

 

La verità, oltre a innegabili opportunità legate al marketing e quindi alla promozione di tutto ciò che viene prodotto, persino l’assorbente di design è lì, c’è una connotazione forse ancora più…

 

Se continui ancora ti interrompo perché ti dico una cosa che a me è piaciuta sempre e poi ti interrogo, La caffettiera del masochista, psicopatologia degli oggetti quotidiani.

 

Se mi giro la tiro fuori dalla mia biblioteca che sta per raggiungere quella di Spadolini, quindi potrei allungare un metro la mia mano e te la dirò. È bellissimo questo libro, è uno dei libri più belli che abbia mai letto in assoluto.

 

Io ho tutti i libri di questo autore. Allora, stavo dicendo questa cosa, oltre ad innegabili opportunità di natura, perché l’dea del capitalismo è vendere, quindi soprattutto in Occidente, ma adesso abbiamo visto che non riguarda solo i paesi occidentali questa storia, ma in realtà c’è una connotazione molto più importante secondo me, perché il termine design è così gettonato nell’ultimo ventennio. Perché a mio avviso, e non sono solo a pensare in questa cosa, anche se non siamo in tanti, però poi la questione è oggettiva, è innegabile, quindi ne devi fare tesoro.

 

Il design, a differenza di tante altre discipline, siccome ha a che fare innanzitutto con l’osservazione degli stili di vita. Se noi non riusciamo a capire chi siamo, come potremmo mai sapere quello che ci serve? Gli oggetti di cui abbiamo bisogno. Quindi, ad esempio, i miei libri non parlano mai del design in maniera tecnica, ma raccontano quello che siamo, le nuove modalità comportamentali, i nuovi usi che vengono fuori in funzione dei dispositivi, delle modalità, anzi, di relazione che noi mettiamo in scena.

 

E poi c’è una motivazione che ha a che fare con elementi di concretezza, che a differenza delle altre discipline, il design produce delle azioni concrete nella vita reale. L’antropologia, la sociologia, l’urbanistica, l’architettura difficilmente scendono alla scala dell’uomo, alla scala corporea. Io ormai negli ultimi anni utilizzo nel mio lavoro il metro dei sarti, perché è morbido e ha a che fare con i confini del nostro corpo, che sono morbidi e mutevoli, perché noi non siamo statici, siamo abituati a rappresentarci in maniera statica, no? Non è così.

 

E quindi, io ad esempio, parlavamo di questo, no? Il master, un pezzo del sottotitolo del master è geografia del benessere, no? Quello chiaramente perché chi meglio di noi italiani può parlare di geografia del benessere? Non ultima la conquista per la nostra cucina, che è diventata patrimonio dell’umanità, dell’UNESCO. Ma, ad esempio, sto dicendo questo, quando c’è stata la pandemia ed eravamo sepolti vivi a casa, ecco che lì il design ha gli strumenti per poter intervenire anche in condizioni di emergenza. Un esempio, approfitto di geografia del benessere, chi meglio poi di noi siciliani, con tutte le dominazioni che abbiamo avuto, abbiamo preso le cose migliori e le cose peggiori, quindi abbiamo questa dimensione plurale, proprio, e io dico multiproteica quasi, no? Mi capita spesso al nord che molti degli amici miei, dei miei colleghi, mi dicono cavolo voi siciliani siete plurali in maniera naturale, ma secondo me è la storia, è la stratificazione culturale che noi abbiamo, no? Che ci consente di poter vedere le cose da diverse angolazioni, no? Cosa che difficilmente i popoli mitteleuropei di tradizione calvinista riescono a fare.

 

Ebbene, in Sicilia ci sono stati in quel periodo due ragazzi che sono già meravigliosi solo a vederli. Sono una coppia di designer, lei è Manche nella vita, lei è Simona Lacagnina e lui è Alvaro Gonzales Romero, anzi come dice lui, Alvaro. Sono due designer che in quel momento storico, in cui avevamo difficoltà a reperire le mascherine, ci sono stati tutti i scandali con queste mascherine che vengono fuori adesso, che non erano nemmeno a norma, sono state pagate per 18 volte.

 

Loro hanno progettato una mascherina che si chiama Clio e intanto è bellissima solo a vedersi. Immaginatela un po’ come le mascherine che si mettono quando si va sulla neve, no? Che intanto te la compri una volta nella vita e hai la possibilità di poter cambiare dei filtrini, di poterla dotare di tutta una serie di dispositivi che ti possono misurare un sacco di cose, persino la temperatura corporea e così via. Ed erano loro soltanto, quindi già pensate a tutto quello che non si potrebbe disperdere nell’ambiente, come invece è accaduto e queste mascherine ce ritroveremo per i prossimi duecento anni ovunque.

 

E loro erano gli unici in quel periodo in cui eravamo tutti noi confinati a casa a spostarsi. Perché? Perché intanto hanno raccolto con il crowdfunding un milione di euro e sono stati bravissimi. Perché i giovani, a differenza della mia generazione, che ancora siamo alla ricerca di un’azienda che possa produrre e sostenere la nostra idea, qualsiasi oggetto noi immaginiamo, i giovani quando un’azienda non c’è la fanno loro o si servono di questo network mondiale che ci permette di poter avere le dotazioni.

 

Un pezzo si fa qui, un pezzo si fa lì. Quindi loro viaggiavano per visitare le aziende dove le aziende producevano questi materiali particolari anallergici che dovevano avere un certo tipo di morbidezza per non fastidire il viso e così via. E poi, meraviglia delle meraviglie, questa mascherina è trasparente, che è una connotazione importantissima.

 

Perché? Perché noi ci siamo evoluti guardando, osservando le minime sfumature del nostro interlocutore. Pensate a questi bambini che per due anni, quasi due anni e mezzo, non hanno potuto vedere le persone in faccia che parlavano loro. E questi ragazzi mi hanno raccontato che erano soltanto loro a viaggiare in quel momento e all’aeroporto c’erano pochissime persone.

 

Fino a quando le forze dell’ordine hanno chiesto, dice, scusate ma siete gli unici che vediamo che viaggiate? E hanno chiesto ma che cosa fate? Diciamo stiamo facendo questa mascherina per poter venire in soccorso alle problematiche che abbiamo incontrato con la pandemia. E poi questa mascherina trasparente serviva molto anche per i ragazzi ipoudenti. Io mi ricordo che quando è uscita, non so se erano loro, ma anche chiunque l’abbia prodotta, era fondamentale perché appunto a livello labiale il sordo riesce a capire quello che sta succedendo.

 

Io faccio sempre un esempio, io mi occupo tantissimo di public design, me ne sono occupato, continuo a fare tantissimi workshop dove si arriva a un po’ dei incursori quasi da mercenari in un posto e si fanno delle cose con gli allievi. Cioè è capitato, la prima DAP è stata a Riace nel 2003 dove siamo arrivati tanti tutor con diversi ragazzi da varie latitudini d’Italia, ancora non si parlava di Riace, stanno ricordando i bronzi di Riace di cui in questo paesino di 600 abitanti non c’è traccia. Adesso si parla perché con il famoso sindaco che ha fatto accoglienza, un certo tipo di accoglienza e così via, che in qualche misura avevamo un po’ inventato noi.

 

Perché? Perché abbiamo deciso di farlo diventare un paese albergo, perché queste paesi, le case sono abbandonate da persone che sono emigrate decenni fa ad altre latitudini del pianeta, ma c’è sempre un parente che ha la chiave del palazzetto e quindi le abbiamo attivate tutte e siamo riusciti con i ragazzi a far fare persino delle piazzette con un budget di 500 euro. Cioè i ragazzi progettavano, impastavano il cemento, lo coloravano, lo stendevano, ma tutto sulla rete urbano, la toponomastica e così via. Quindi ecco l’esempio del design che realizza delle azioni concrete nella vita reale di tutti noi.

 

Io faccio sempre un esempio a Public Design, stavo dicendo questo, che è intimamente connesso a quello che dicevi tu poco fa. Se noi riusciamo a mettere in sicurezza un brano di uno dei nostri quartieri per i bambini, vuol dire che lo sarà per 50 volte per gli adulti che chiaramente sono abituati a stare attenti, no? Quindi avrà un potenziale gigantesco, è come hai detto tu, no? La mascherina figuriamoci. Noi abbiamo fatto un incontro quest’anno con Danilo Ragona che è un designer portentoso di origini catanesi.

 

Lui è nato a Milano ma i genitori sono catanesi. Lui è famosissimo, lo vedete continuamente a Kilimangiaro perché viaggia continuamente in compagnia di qualche amico, anche da solo, conquistando vette e così via, eppure lui è costretto sulla sedia a rotelle da parecchi decenni. E nonostante tutto ha un numero spropositato di brevetti e ha realizzato dei dispositivi, ma anche per noi normodotati.

 

Intanto ha permesso a chi non ha l’ausilio, la possibilità di poter deambulare, di poter praticare 45 sport diversi. Lui mi ha detto che adesso sta lavorando anche sullo snowboard, che è una delle mie passioni insieme al self da Honda, no? E in questo incontro lui ha pestato moltissimo tutti noi, grandi e vecchi designer, c’erano anche i miei allievi, perché ha detto loro se voi designer non fate in modo da poter rendere noi dei normodotati come voi, e allora voi non avete fatto innovazione, voi avete fatto l’ennesima operazione di restyling all’ennesimo, come si suol dire, cucchiaino di pregio artistico, di cui non frega niente più nessuno, anzi c’è una sovrapproduzione da questo punto di vista.

 

Non snow, snob, diventa una cosa snob il design in questo caso, è giusto.

 

Quindi invece lì, infatti il design adesso si è ramificato in una moltitudine di ambiti applicativi, poco fa parlavamo dell’health design a proposito della salute, del benessere e così via. Io faccio spesso un esempio che a te piacerà moltissimo e che dà molto fastidio ai miei colleghi accademici. Io dico il designer è uno sciamano, non c’è dubbio, e le sue origini sono quelle proprio antiche del culto dello sciamano, perché lo sciamano se ci pensi cosa faceva? Aveva una dotazione, un patrimonio di informazioni che gli venivano dall’esperienza diretta, delle volte anche soffrendo perché quando devi andare a testare una pianta non lo sai che tipo di effetti può avere.

 

Chiaramente ha ereditato dai tuoi antenati una serie di informazioni prima che questi morissero e allora lui era in grado di, dall’osservazione, come dico io non è cambiato nulla neanche oggi, dall’osservazione degli stili di vita o dalle patologie che lui riscontrava, ti dava delle cure che chiaramente erano confinate, limitate alle possibilità consentite dalle sue conquiste, diciamo, da quel punto di vista. E allora cosa faceva? Innanzitutto metteva in campo una cosa modernissima che a Milano chiamano e nel resto del mondo la vision. Metteva in campo una visione.

 

Come la metteva in campo questa visione? La metteva in campo anche realizzando uno scenario di grande enfasi perché attorno al fuoco, utilizzando le sostanze spesso lisergiche, allucinogene, chiaramente bisogna relativizzare al periodo storico, stiamo parlando di culture antiche, connetteva con una dimensione altra, con un al di là, con un luogo dell’altrove e riusciva a trovare la terapia per quell’uomo che anche il paziente era estremamente coinvolto in questa dimensione o dal punto di vista diciamo scenico, ambientale e spesso anche dal punto di vista dell’utilizzo anche del paziente stesso. Allora tu stai parlando del setting, cioè il design inteso come setting?

 

No, ma anche proprio come osservazione. E poi scopri, io nel libro che ho fatto, Health and Therapy Design, ho scoperto cose meravigliose, la prima ipotesi egiziana che ha tremila anni.

 

Ora arriva, ora ti dico un’altra cosa molto carina che ci azzecca con la mia esperienza anche di terapeuta nell’ambito della sessuologia clinica, c’è una serie tv molto bella che si chiama Grace e Frankie con Jane Fonda e Lily Tomlin. A un certo punto decidono loro perché ci sono queste signore, loro hanno 80 anni realmente a tutti gli effetti.

 

Ma non perdono tempo a manifestare, Jane Fonda è stata arrestata quando ha manifestato contro il Presidente degli Stati Uniti.

 

Allora hanno il problema che finalmente decidono di utilizzare un sex toys, però il problema è che tutti questi sex toys che c’erano in quel momento avevano un problema che l’artrite del polso di una ottantenne contrastava con l’uso di questo sex toys. Quindi loro inventano un sex toys morbido utilizzabile per chi aveva l’artrite quindi per le ottantenne. A proposito, lo volevo puntualizzare perché mi è venuto in mente la filosofia e la geografia del benessere.

 

In questo caso il sex toys che è poi diventato must perché proprio ci hanno fatto una serie di puntate nella loro evoluzione, ha sconvolto poi una serie di quarantenni che non avevano mai pensato che le proprie madri o in questo caso anche le proprie nonne potessero avere voglia ancora di utilizzare un sex toys. Ecco mi piaceva farlo entrare. La vita si allunga, la gente sta in salute rispetto a una volta, quindi non è un pensiero.

 

Poi c’è anche la pressione mediatica, quindi vuoi sentirti giovane e quindi fare le cose che fai. Non è vero perché quello serve a livello di produzione ormonale che serve per il benessere perché la produzione ormonale ti permette anche di combattere l’osteopatia, parliamone. Però quello che dicevo a proposito del design perché ce l’ho qua, questo te l’avevo detto fin dal primo momento, che ci sono stati un sacco di fabbriche di sex toys che hanno vinto premi di design a livello mondiale.

 

Guarda potrei dire io mi occupo moltissimo di design erotico, ho fatto due libri specifici, uno si chiama Sensi di polpa, design erotico e persistenza nella memoria, che chiaramente fa pensare a sex toys quando l’ho presentato in giro. La cosa che dicevo era evidente, glielo dicevo nelle facce, ok siete venuti per sentirmi parlare di sex toys, il libro non parla di questo, ve ne farò vedere una decina, dopodiché passiamo a quello che contiene il libro. In realtà io parlavo della persistenza nella nostra memoria di una serie di oggetti, vi faccio un solo esempio, la bottiglia della coca-cola continua a piacerti ancora dopo 150 anni, perché? Allora questo libro io l’ho pensato quando avevo 18 anni e si è chiamato fino a quando un mio collega che ho conosciuto una settimana prima, direttore editoriale di una collana, mi ha detto ok perfetto questo libro mi piace lo possiamo fare perché l’avrei scritto e riscritto per tutta la vita e continuo a farlo poi, lo riscrivo anche nel mio lavoro attraverso degli oggetti, uno di questi io frequento molto le tecniche di ingaggio con l’utente, non lo chiamerò mai consumatore, perché lo ritengo offensivo, oggi l’utente è intelligente e colto, ma non perché ha deciso di darsi una statura culturale, ma perché a differenza di qualche decennio fa adesso abbiamo la possibilità di poter accedere a una moltitudine di informazioni.

 

Infatti c’è un termine che ho imparato che è il produmer, che è praticamente il produttore e consumatore, giusto come termine mi raccomando. Prosumer. Ok prosumer.

 

E quindi gli sto dicendo questo libro l’avrei scritto e riscritto perché in realtà per 30 anni si è chiamato con tre aggettivi, prima di chiamarsi i sensi di polpa, quest’illuminazione che è piaciuta moltissimo. Soprattutto da tutti i giornali, agenzie. Si è chiamato per 30 anni morbido, fluido, sensuale, perché sono questi i parametri di gradimento per cui un oggetto è continuo a piacerci.

 

Un altro è la penna Bic. È vero. Quante penne sono state fatte dalla fine degli anni cinquanta quando si è inventata la penna Bic eppure continua a piacerci.

 

Ha una sua morbidezza al tatto che tutte le altre penne, se più strepitose, disegnate così, non hanno. Non hanno. E ci sono tantissimi di questi oggetti ed è di questo che io parlavo.

 

La prima volta che sono stata a Parigi al centro Pompidou negli anni ottanta ho visto la produzione della Bic, da dove nasceva, e lì ho preso consapevolezza del design. Vedi c’è un oggetto quotidiano. Stiamo parlando dell’ottantotto.

 

Quasi anonimo, perché ancora non si cavalcava la cifra divistica legata alla dimensione autoriale. Si chiama Bic, in realtà poi identifichiamo la penna, ma era Bic. Però è un oggetto assolutamente anonimo dal punto di vista autoriale.

 

Difficilmente, quanti di noi lo collegheranno a Mansi e Bic? Sanno che la Bic basta, la penna. Anche da un punto di vista di design, in quel caso erano tutte queste icone trasparenti, facevano vedere. Io lì ho colto, vedendola in quella condizione di isolamento, con la luce, che quella è una penna di design.

 

Per questo anche il design, oltre a essere consuetudinario, ci vuole qualcuno che ce lo spiega. E’ necessario. Ma sai, questa dimensione adesso è quasi scomparsa.

 

Philip Starck scriveva negli anni Ottanta, nel libro di Christine Collin, che ha fatto per lui, un libro bellissimo, di Jacob Buck, dove all’interno ci sono persino i disegni stampati su carta lucida, quindi sembrano proprio quelli originali. E là trovi un po’ l’origine, da dove è nato lo spremi agrumi Juicy Salif, che io ho chiamato il brutto anatroccolo in un mio libro. Perché è uno degli oggetti più brutti della storia del design, mai disegnati, eppure lo possiede tutto il mondo.

 

Ognuno di noi ce l’ha, non lo usa, non funziona completamente, è un disastro tutto attorno allo spremi agrumi. Quando lo spremi però lo vogliamo avere. Perché? Perché ha una sua connotazione perversa, secondo me.

 

Dando un elemento scultorio, innegabilmente. Cioè ha lo stesso appeal che può avere un sex toys, secondo me. Ma Philip Starck è un discorso a parte.

 

Stavo dicendo questa cosa, perché lui in quel libro dice io vorrei tanto che il design produce degli oggetti che in maniera intuitiva ci indirizzano già sulla strada del loro uso. Dice mia madre quando sale in macchina non riesce a capire tra i pulsanti come deve attaccare il tergicristallo, come deve accendere le luci e così via. Ha bisogno di qualcuno, quando lei ha comprato la macchina, che qualcuno glielo spiegasse all’inizio e che poi lei dovesse ricordarlo.

 

Ecco oggi non è più così. È cambiato tutto. Con i device noi siamo cresciuti in maniera, dal punto di vista esperienziale, in maniera esponenziale, no? Sembra io adesso abbiamo un problema diverso.

 

Alle soglie del duemila, ad esempio, se te lo ricordi, è uscita la Renault Scenic, faceva la pubblicità eh Fuxas, dove disegnava la nuvola sul parabrezza, che poi è lo schizzo della nuvola del centro congressi dell’Euro a Roma e e che non aveva le chiavi. Ci consegnavano un aggeggio che tu mettevi in tasca. A dieci metri dalla macchina, quando ti avvicinavi, la macchina cominciava a lampeggiare come il cane che ti vede a casa quando arrivi a scodinzola, no? Dandoci l’illusione di eh poter utilizzare, muovere e comandare gli oggetti attraverso i nostri sensi, no? Quindi c’è stata un’evoluzione.

 

Tu poi salivi e accendevi premendo un pulsante start che è quello che fai a Luna Park quando sei un ragazzino. Sì. Quindi c’è anche questa dimensione ludica che il design ha trasportato.

 

Ma questa dimensione ludica, cara mia la Susanna eh sono state le donne a regalarcela. Ah sì? Eh le donne hanno avuto un merito strepitoso. Io eh come forse tu saprai sono stato uno di quelli che ha avuto il coraggio di scrivere un libro sulle donne del design.

 

Analizzando il loro lavoro da dall’antichità, dal periodo dell’antica Grecia, no? Eh e le donne hanno allora il design partiamo da una considerazione. Il design delle donne non esiste. Come non esiste il design degli uomini, non esiste il design siciliano e così via.

 

Esiste il design fatto da persone che si portano dal presso un background, ok? E poi più o meno capaci, più o meno talentuosi e così via. Ma le donne eh hanno avuto il merito di rendere la nostra vita molto più friendly, molto più giocosa e hanno eroso quelle rigidità che ci portavamo dietro eh dalla rivoluzione borghese da un certo punto di vista, no? Io quando ero ragazzo, io ho cinquantanove anni, quando ero ragazzo dovevo andare in banca, allora era un pensiero perché già la sera prima dicevi cavolo domani devo andare in banca, mi devo vestire in un certo modo, bene, con l’abito, c’era una dimensione di grande formalità, no? Oggi tu vai in banca in bermuda, ciabattino e infradito ma non sei un eversivo perché dall’altra parte dello sportello magari c’è una signora che ha un peluscetto attaccato e una foto dove c’è lei che sta facendo parapendio eh in qualche parte del mondo, no? Che non sono degli oggetti casuali ma sono estensioni dal sé.

 

Che noi vogliamo dichiarare, no? E le donne che già hanno tutta per loro evoluzione biologica hanno tutta una serie, posseggono tutta una serie di aggettivi che sono quello dell’accudimento, dell’accoglienza, dell’inclusività, dell’interdisciplinarità, che siamo tutti collegati l’uno con l’altro, non è vero, che siamo ognuno per i fatti nostri. Eh hanno trasferito adesso che è da un cinquantennio eh parliamo solo del nostro paese perché poi negli altri paesi molte cose sono accadute tempo prima. Ehm la situazione italiana è un po’ diversa, ha una sua peculiarità.

 

Eh conquistando tutta una serie di posizioni che prima eh erano state negate, erano eh appannaggio esclusivo degli uomini, hanno eh iniettato, innestato tutta una serie di modalità comportamentali che hanno reso la nostra vita molto più fluida, molto più divertente, libera da tutta una serie di inutili rigidità, no? Eh se vuoi è cominciato un po’ con la contestazione. C’è un oggetto simbolo bellissimo.

 

Tags: luigi patituccisusanna basile

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