G.R.A.S.P.O.: I PEDIGREE DEI VITIGNI STORICI, PER UN NUOVO RACCONTO DEL VINO ITALIANO
La missione principale dell’Associazione G.R.A.S.P.O, è di coltivare i 100 vitigni che vi presenteremo in una serie di articoli che sono a rischio di estinzione e di raccontarvi le aziende che stanno effettuando questi esperimenti per salvaguardare le specie che altrimenti andrebbero perdute
I grossi progressi di conoscenza maturati recentemente sulla biodiversità viticola esistente e sull’evoluzione varietale si devono ai nuovi strumenti di analisi messi a disposizione della ricerca dallo studio del DNA. Questi importanti progressi sono frutto di un grande lavoro di squadra, in cui i viticoltori custodi e le collezioni di germoplasma rappresentano tasselli fondamentali per fornire informazioni preziose, utili a ricostruire la storia dei vitigni italiani e a comprendere l’identità dei vini di ogni territorio. La Biodiversità valore vero Ogni regione italiana coltiva sia varietà internazionali che locali. Molte ricerche sono state condotte negli ultimi decenni per approfondire le conoscenze sul germoplasma locale di numerose regioni viticole del nostro Paese. In particolare, da molti anni è stata messa in atto, quasi in ogni regione, una ricerca capillare dei vitigni minori, poco conosciuti o a rischio di estinzione per salvaguardare questo patrimonio di biodiversità viticola che è una risorsa preziosa per il futuro della viticoltura. La biodiversità comprende la varietà degli organismi a tutti i livelli, da quello intraspecifico, delle varianti genetiche dei singoli individui di una specie, al livello interspecifico, relativo alle differenze tra specie e gruppi tassonomici; essa comprende anche la diversità ecosistemica, cioè la varietà dei vari ambienti presenti in un dato territorio. La biodiversità rappresenta quindi la risorsa più importante dei sistemi naturali e agricoli del nostro pianeta. La sua tutela, pertanto, è funzionale alla stessa conservazione degli ecosistemi, dai quali dipendono direttamente o indirettamente tutte le attività antropiche. Il mantenimento di un’elevata biodiversità nell’ambiente deve rappresentare un obiettivo irrinunciabile per le attività produttive, soprattutto nel settore primario. La Comunità Europea ha da tempo riconosciuto che la conservazione della biodiversità costituisce un obiettivo fondamentale della strategia per lo sviluppo sostenibile. Alla salvaguardia della diversità biologica del territorio, infatti, sono strettamente legate altre fondamentali problematiche ambientali, come i cambiamenti climatici e la disponibilità di risorse naturali, sulle quali nei prossimi decenni si decideranno le sorti dell’intera comunità umana. Queste priorità sono confermate con ancor più forza in tutti i documenti di indirizzo della Commissione Europea che definisce le strategie dell’UE sulla biodiversità fino ed oltre il 2030. Identificare, studiare e ricostruire l’origine genetica di ogni vitigno italiano diventa quindi non solo opportuno per un paese come l’Italia, caratterizzato da uno straordinario numero di vitigni originali, ma anche strategico per arricchire in consapevolezza e suggestione il racconto dei nostri vini.
Lo studio del pedigree
Per identificare, studiare e classificare le varietà di vite, per molto tempo si è fatto uso solo dell’ampelografia. L’ampelografo si avvale di schede tecniche per descrivere le caratteristiche dei vari organi della pianta nel corso delle diverse fasi di crescita; la terminologia dei caratteri descrittivi utilizzati è quella stabilita a livello internazionale con la scheda dell’OIV.
Nel corso degli anni l’ampelografia ha dimostrato però i propri limiti: molte caratteristiche varietali, infatti, dipendono anche dallo stato sanitario della vite e dalle condizioni agronomiche di coltivazione; inoltre, le varietà viticole presenti nel mondo sono migliaia ed è molto difficile identificarle con certezza anche per i migliori ampelografi. In più, l’analisi dell’ampelografo è molto condizionata dalla tempistica, dalla soggettività e dalle conoscenze individuali. L’esigenza di gestire materiale viticolo correttamente denominato si scontra quindi contro oggettive difficoltà di identificazione, quando ci si basa solo su esami visivi. Con l’avvento dell’analisi molecolare affiancata all’ampelografia classica si è aperta la strada non solo ad una rapida ed efficace identificazione dei vitigni, ma anche alla ricostruzione dei legami di parentela fra le varietà di vite. Questa recente tecnologia ha di fatto rivoluzionato l’approccio all’identificazione varietale della vite, utilizzando nuovi metodi basati sull’analisi di particolari marcatori del DNA chiamati microsatelliti o SSR (Simple Sequence Repeats), analoghi a quelli usati per l’uomo nei test per identificare singoli individui e per la verifica della paternità. Uno studio pionieristico, che ha fatto da capostipite a molti altri, è quello di Bowers e colleghi (1997) che, utilizzando i marcatori microsatellite, hanno portato evidenze che i genitori del Cabernet Sauvignon sono il Cabernet Franc e il Sauvignon Blanc.
Per la vite, la storia di questi marcatori si sviluppa negli anni Novanta quando ricerche effettuate in Australia, California e Austria individuarono una serie di SSR che si cominciarono a testare con successo nei laboratori di tutto il mondo. L’uso comune di questi marcatori, codificati in seguito su una selezione di nove SSR ed applicato su larga scala dalla comunità scientifica viticola, ha consentito di implementare database molecolari che continuano ad arricchirsi di nuovi profili SSR, uno per ogni varietà di vite.
Si veda per esempio il Vitis International Variety Catalogue (www.vivc.de) ed il sito del Registro italiano delle Varietà di Vite (catalogoviti. politicheagricole.it).
Questa massa enorme di informazioni ha consentito passi da gigante nell’incremento delle conoscenze sul germoplasma viticolo mondiale, potendo finalmente chiarire nuove omonimie, sinonimie, errate denominazioni e scoperte sulle migrazioni delle varietà. Ciò ha consentito anche di migliorare la gestione delle collezioni ampelografiche e del Registro Nazionale delle Varietà di Vite del Ministero, evitando ridondanze con l’iscrizione di vitigni sinonimi e chiarendo casi di omonimia.
Dal punto di vista pratico, l’analisi del DNA può essere condotta su qualunque parte della pianta, foglia, legno, radice o raspo, ciò significa che l’analisi per l’identificazione varietale si può eseguire in qualsiasi periodo dell’anno. Anche tecnicamente sono stati compiuti grandi progressi e questi nuovi protocolli hanno permesso di abbattere i tempi ed i costi di queste analisi, rendendole accessibili a chiunque ne abbia bisogno.
I risultati di queste sistematiche ed approfondite indagini molecolari hanno evidenziato in un primo tempo che il germoplasma viticolo italiano risulta sistematicamente ‘rimescolato’, a differenza di quello di tutte le altre regioni viticole euroasiatiche, a meno che non si considerino separatamente le varietà dell’Italia meridionale da quelle del Centro e del Nord del Paese.
Questo è frutto di due storie evolutive principali e diverse, riflesso della divisione storica, politica e climatica fra Nord e Sud, a dispetto dell’unità geografica. Le varietà del Sud Italia sono geneticamente più vicine a quelle dei Balcani; quelle del Centro e del Nord Italia alle varietà della Francia e della Germania.
Le varietà di vite sono propagate da secoli per via vegetativa e mostrano un livello di imparentamento sorprendente, con poche generazioni che le separano le une dalle altre. Alcune varietà sono genitori ricorrenti (si conoscono i loro ascendenti) o varietà fondatrici (non si conoscono i loro ascendenti) che hanno dato origine a numerose altre ed anche per il germoplasma italiano sono state individuate varietà che hanno svolto questo ruolo. L’analisi del DNA si è rivelata quindi uno strumento potente per realizzare studi sulla migrazione e sui pedigree dei vitigni, consentendo di ricostruire la storia di molte delle varietà attualmente coltivate e di capire l’evoluzione delle piattaforme ampelografiche locali.

Si conoscono, ad esempio, i genitori dello Chardonnay, del Cabernet Sauvignon, del Merlot; si è scoperto che i Moscati sono realmente una grande famiglia di vitigni, il cui capostipite è il Moscato Bianco; si è capito che ci sono alcuni vitigni ‘fondatori’ di molte delle varietà attuali (Savagnin, Pinot, Heunisch Weiss). Anche rispetto alla conoscenza dell’evoluzione della piattaforma ampelografica italiana sono stati compiuti progressi importanti e sono state individuate varietà che sono fondatrici o genitori ricorrenti di numerose altre.
Si è scoperto, per esempio, che la Garganega/Grecanico dorato ha generato discendenze lungo tutta la Penisola, dal Friuli-Venezia Giulia alla Sicilia; che il Mantonico Bianco ed il Sangiovese hanno giocato un ruolo importante nella nascita di numerose varietà di pregio della Calabria e della Sicilia (Fig. 1); che uno dei genitori della Glera è a Vulpea (coltivato in Veneto come Quaiara/Rossetta / Sciavetta/Doretta) e che la Vulpea, a sua volta, deriva dalla Visparola, vitigno dalle ascendenze greche (Fig. 2).

È stato inoltre ricostruito il pedigree di molte varietà del Friuli-Venezia Giulia, fra cui i Refoschi (Fig. 3).

Altre varietà hanno una storia evolutiva difficile da ricostruire, ma ugualmente affascinante per la diffusione che hanno avuto nel corso dei secoli; una di queste è la Malvasia delle Lipari (Salina) che si è diffusa lungo rotte di mare in luoghi che distano fra loro migliaia di chilometri, da Dubrovnik (l’antica Ragusa, in Dalmazia) alle isole Canarie. Questa è senza dubbio una delle malvasie più pregiate e antiche che si conoscano.
Nonostante i grandi risultati raggiunti in termini di conoscenza da queste ricerche, sicuramente molto rimane da fare anche qui vicino a casa. Per esempio, l’origine di molte varietà minori del Veneto è ancora avvolta nel mistero. Inoltre, grazie alle ricostruzioni effettuate finora ed alla forza informativa dei marcatori molecolari, scoprire che, in alcuni casi, i vitigni recuperati sono sconosciuti non è più una risposta sufficiente; ci si domanda da dove queste viti potrebbero provenire ed a quali varietà note potrebbero essere collegate. I profili molecolari impiegati per l’identificazione varietale sono ottenuti con una manciata di marcatori SSR e quindi offrono solo indicazioni preliminari su eventuali rapporti di parentela di primo grado, cioè del tipo genitore-figlio.
Tuttavia, per trarre conclusioni che abbiano un adeguato supporto scientifico, occorre che l’analisi molecolare sia estesa ad un congruo numero di marcatori. Quelli utili a questo scopo sono sia gli SSR sia dei marcatori di nuova generazione, frutto dell’intenso lavoro di sequenziamento dei genomi delle varietà di vite svolto negli ultimi anni, chiamati SNP (Single Nucleotide Polymorphism); inoltre, attualmente si possono sequenziare a costi contenuti ed in tempi rapidi interi genomi. Le varietà possono quindi oggi essere genotipizzate con migliaia di marcatori, per ottenere dataset robusti utili per valutare possibili relazioni di parentela.
Oltre alla evidente rilevanza scientifica, indagini di questo tipo, che si avvalgono di tecniche di analisi ben consolidate, potrebbero portare ad un avanzamento nella conoscenza della storia del germoplasma viticolo del Veneto da impiegare come supporto alle attività culturali ed economiche della Regione che ruotano intorno al turismo enogastronomico, alla valorizzazione del territorio e dei suoi prodotti tipici con una consapevolezza più forte in termini di identità e storicità.
Per gentile concessione dell’Associazione G.R.A.S.P.O. (Gruppo di Ricerca Ampelografica per la Salvaguardia e la Preservazione dell’Originalità e biodiversità viticola) iniziamo a pubblicare una serie di articoli tratti dal volume 100 CUSTODI PER 100 VITIGNI, LA BIODIVERSITÀ VITICOLA IN ITALIA a cura di Aldo Lorenzoni; testi di Aldo Lorenzoni, Luigino Bertolazzi, Giuseppe Carcereri De Prati, Gianmarco Guarise, Ivano Asperti, Giacomo Eccheli, Elia Quarzago, Marta De Toni, Theresa Balaara.





