Ztim Ztum Bang: Nicola Bizzi, Le pietre perdute di El Toro di Alberto Donini, le ipotesi di paleocontatto
Nicola Bizzi editore Aurora Boreale Edizoni: Seconda puntata sul libro, di Alberto Donini “Alla ricerca delle pietre perdute, alieni nell’antichità, gli oggetti di El Toro”. In genere quando un libro viene ferocemente attaccato, addirittura quasi prima che esca l’ho cominciato ad attaccarlo, prima che uscisse, c’è qualcosa su cui riflettere. Perché è un tema, quello che il libro affronta, che è controverso ma che soprattutto dà fastidio. Perché affronta quella che è più di un’ipotesi, insomma, la questione del paleocontatto, del contatto fra antichi popoli terrestri con presunti visitatori provenienti da altrove, dallo spazio profondo, comunque al di fuori del nostro pianeta.
Abbiamo parlato in una precedente puntata dell’antefatto, abbiamo riassunto un po’ la questione che sta alla base di questo libro che ho pubblicato come editore. Conviene comunque fare una piccola sintesi, perché tutto nasce dall’acquisizione da parte dell’ingegnere Alberto Donini di alcuni manufatti che provenivano dalla zona di Serro del Toro, una zona desertica, neanche molto popolata, non distante dalla capitale messicana, la città del Messico. Questi manufatti sono stati fatti analizzare dall’ingegnere Donini, che è una persona molto pragmatica, chiaramente ha voluto capirne di più, anche perché circolano molti falsi, lo sappiamo, infatti lui fa una premessa doverosa.
Ovunque ci siano delle scoperte archeologiche controverse che poi mi chiamano l’interesse dell’opinione pubblica, soprattutto in paesi dove c’è necessità da parte di molte popolazioni di sbarcare il lunario, c’è una produzione artigianale di falsi. Ma questo non toglie che se ci sono i falsi ci sono anche gli oggetti autentici. Certo, sennò come fanno a duplicarli questi falsi? La logica è questa.
Quindi lui ha voluto fare analizzare tutta una serie di reperti dai più prestigiosi laboratori di ricerca e di analisi presenti in Europa, con la termoluminescenza, col carbonio 14 e via dicendo, e diversi di questi manufatti sono risultati inequivocabilmente autentici e risalenti sostanzialmente a due epoche diverse. Un’epoca molto remota che parte addirittura dal 9.000 a.C. e va avanti per circa 4-5.000 anni. Poi c’è un vuoto temporale in cui pare che su questa montagna non siano state depositate nuove offerte votive, perché di offerte votive si tratta.
Infatti, secondo una tradizione locale, questi oggetti non sarebbero altro che offerte votive che i popoli della zona portavano su questa montagna che un tempo, fino a alcuni secoli fa, era un’isola al centro di un grande lago che poi si è prosciugato già all’epoca della conquista spagnola. Un’isola che consideravano la dimora dei dèi. Dicevo c’è un vuoto temporale e poi c’è una civiltà successiva che ha popolato la zona e che ha continuato questa tradizione di deposizione di offerte votive non più in pietra come nella fase precedente ma in terracotta.
La terracotta si sa è analizzabile e databile con il carbonio 14 in quanto contiene del suo impasto, dei materiali organici. La datazione al carbonio 14 si può fare solo con materiali organici che presentano un naturale decadimento del carbonio 14. La termoluminescenza invece si può applicare alla pietra e ci dà un margine abbastanza accurato dell’epoca in cui la superficie della pietra, perché la pietra non è databile in sé, ma la superficie della pietra è stata lavorata o manomessa dalla mano umana.
E’ venuto fuori che ci sono queste due epoche diverse intervallate dal vuoto temporale in cui verosimilmente quella zona non è stata abitata o non sono state depositate offerte, ma la cosa sconvolgente sono le raffigurazioni presenti su queste pietre o su questi oggetti in terracotta. Questo sta alla base della controversia che si è aperta con la pubblicazione di questo libro, perché gli ambienti scientifici e accademici in genere tendono comunque a ostracizzare se non addirittura a deridere tutto quello che ha a che fare con l’ipotesi aliena o del paleocontatto e non è solo una questione di ambienti scientifici ma anche a livello di opinione pubblica. Cosa succede se è vero che viene diviso il discorso del paleocontatto? In qualche modo però si deve cominciare a formulare una datazione diversa della preistoria, o l’uno o l’altro.
Se non c’è stato questo paleocontatto allora vuol dire che noi avevamo già una forma evoluta di civiltà molto prima dei favolosi 5000 anni avanti Cristo, quindi abbiamo parlato di 10.000 anni, quindi già sono il doppio. O c’è il paleocontatto oppure bisogna come dici tu sempre riformulare il paradigma del discorso dell’evoluzione delle civiltà. Il paradigma nasce per evolversi, è una convenzione scientifica.
Il problema è che l’archeologia tende a ingessarsi, a fossilizzarsi, a non evolvere perché ci sono dei dogmi. L’archeologia spesso non procede con un metodo realmente scientifico ma si ancora alle fissazioni delle datazioni che fossilizzano, ingessano il paradigma e impediscono l’avanzare della ricerca, soprattutto quando si va molto indietro nel tempo. In genere, siccome esistono nel mondo migliaia e migliaia di reperti archeologici che sono stati datati con la termoluminescenza e col carbonio 14 che ci riconducono a civiltà avanzatissime, esistite in un passato in cui secondo la storia ufficiale esisteva solo l’età della pietra o la preistoria più selvaggia, ma certi reperti in genere vengono ignorati dal mondo accademico, vengono messi da parte, se non quando vengono fatti addirittura sparire.




