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Home Cultura Mysteria

Misteri inspiegabili e correlati: Manoscritto Voynich e Castel del Monte in Puglia

Dagli studi di due giovani ricercatori, Giuseppe Fallacara e Ubaldo Occhinegro

Susanna Basile di Susanna Basile
Gennaio 7, 2026
in Mysteria
Tempo di lettura: 54 minuti
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Due opere enigmatiche e profondamente diverse tra loro, unite però da un comune velo di mistero. Per anni, studiosi di ogni parte del mondo hanno cercato di decifrarne origini e finalità. La prima è uno dei più celebri esempi di architettura fortificata medievale nel Sud Italia. La seconda è un enigma altrettanto affascinante: un manoscritto, noto come il Manoscritto di Dio, che mai fino a oggi qualcuno aveva provato a collegare al castello in un’unica ed organica interpretazione. Nel cuore della Puglia, su un colle isolato ai confini dell’Alta Murgia, Castel del Monte si impone sul paesaggio come un‘intrigante struttura ottagonale di pietra, una creazione voluta da Federico II nella prima metà del XIII secolo, che continua a stimolare numerose teorie sulla sua funzione originaria. Caccia, luogo di svago o fortificazione difensiva? Nessuna delle ipotesi sembra adattarsi alla sua architettura. La rigida pianta ottagonale non contempla spazi per cucine, ampi saloni o altri ambienti funzionali. Mancano camerate, stalle o depositi. Le stanze, tutte uguali, sono circondate da un’unica panca continua di marmo che ne compromette l’arredabilità. Inoltre, castello privo di fossati, ponti levatoi o difese tipiche come caditoie per olio bollente. Le feritoie risultano troppo strette o inclinazioni inadatte per l’utilizzo efficace di archi o balestre. I due ingressi opposti e le sei finestre a piano terra lo rendono ulteriormente vulnerabile. Le scale a chiocciola nelle torri ruotano verso sinistra, facilitando l’uso dell’arma per eventuali assalitori e compromettendo qualsiasi strategia difensiva. Originariamente ornato con marmi pregiati e elaborate decorazioni scultoree, il castello richiamava più una reggia o una cappella imperiale, evocando parentele stilistiche con Aquisgrana e Palermo. Una nuova prospettiva sul suo scopo d’uso è stata presentata nel 2011 durante il congresso internazionale Rete-Vitruvio, promosso dalla Facoltà di Architettura del Politecnico di Bari. In questa occasione, il professor Claudio D’Amato Guerrieri ha illustrato una teoria innovativa derivata dagli studi di due giovani ricercatori, Giuseppe Fallacara e Ubaldo Occhinegro, che propongono una lettura audace e originale del mai risolto enigma del maniero.

Quella che apparentemente possiamo definire una macchina termale, arricchita da influenze e riflessi dell’ingegneria araba, insieme ai dettagli architettonici del periodo e alla funzionale organizzazione degli spazi, sembra avvalorare questa ipotesi in maniera quasi spontanea. Si tratterebbe di una struttura termale dotata di percorsi specifici, con la necessità di una netta separazione tra aree maschili e femminili e spazi riservati al personale. Proseguendo il nostro percorso, ci rechiamo ad Andria per esplorare un monumento protetto dall’UNESCO. Secondo un gruppo di architetti appartenenti all’Università di Bari, Castel del Monte potrebbe essere stato concepito come un complesso termale. La loro tesi si fonda sull’antica ingegneria araba, considerata fonte d’ispirazione per la progettazione della struttura. Approfondendo le indagini storiche e archeologiche sul castello, è emersa una serie di evidenze che lo descrivono come un’imponente macchina idrica, una creazione termale unica nel suo genere. Gli studiosi, distaccandosi da un approccio puramente storicistico, hanno concentrato la loro attenzione sugli indizi progettuali, analizzandoli tramite osservazioni dirette e precise ricostruzioni che hanno consentito di rimettere in ordine dati finora poco considerati. L’intera architettura del castello sembra pensata con l’obiettivo primario di raccogliere la maggiore quantità possibile di acqua piovana, sfruttando sia la copertura sia le mura della struttura. In ogni sala sono visibili modanature progettate appositamente per convogliare l’acqua all’interno delle pareti. I bagni situati nelle torri conservano ancora tracce del sistema idraulico originario, con raccordi delle tubature che conducono a un vero e proprio sistema fognario. L’edificio dispone di cinque cisterne collocate sulla sommità delle torri, di una grande cisterna sotto la corte interna e di una cisterna esterna per sopperire ai casi di troppo pieno. Ogni stanza è dotata di fori nei pavimenti, mentre i canali di raccolta, ricavati all’interno delle modanature sopra le panche, seguono un sistema inclinato progettato con precisione che permette all’acqua di scorrere fino alle tubazioni principali integrate nei muri. Le rifiniture dimostrano un’attenzione particolare alla durabilità, rendendo evidente l’intento di costruire un’opera destinata a resistere nel tempo.

Sono ancora evidenti le tracce di un ricco rivestimento in marmo, un tempo utilizzato come strato impermeabilizzante. Sulle panche e sulle pavimentazioni si può osservare il lento deterioramento della pietra causato dal continuo passaggio dell’acqua. L’altezza delle soglie tra una sala e l‘altra suggerisce la necessità di compartimentare gli ambienti per evitare che l’acqua presente sul pavimento traboccasse nelle altre stanze. I camini, posizionati a livello del suolo, sembrano scandire le tappe di un percorso studiato, trovandosi esclusivamente in ambienti con un unico punto d’accesso, caratterizzati da mura cieche e dotati di servizi con acqua fredda. Al piano superiore, due nicchie rettangolari in breccia rossa garganica incorniciano la canna fumaria, presumibilmente con una funzione sia ornamentale che pratica. Le soglie delle stanze presentano ancora oggi elaborate modanature, anch’esse impreziosite con intarsi nella medesima tipologia di breccia, probabilmente ciò che rimane di sontuose cornici un tempo presenti nei passaggi tra le stanze. In ogni sala del piano superiore si trovano panche disposte in una configurazione insolita, la cui funzione resta ignota. Al di sotto di queste panche, piccoli fori di scolo suggeriscono l’esistenza di un complesso sistema idraulico che non è stato ancora completamente indagato. Nell’architettura complessiva emerge chiaramente l’ideazione dell’edificio come un luogo destinato a contenere grandi quantità d’acqua. Le volte, realizzate in tufo friabile e fragile, potrebbero essere state pensate per una costruzione più rapida ed economica. Tuttavia, tracce di agganci rettangolari sugli intradossi indicano che queste ospitavano probabilmente una struttura secondaria fatta di travetti lignei su cui poggiavano volte incannucciate. Queste erano impermeabilizzate con malta idraulica a base di coccio pesto e tessere musive per proteggere il tufo dall’umidità generata dal vapore. Per gestire quest’ultimo, tubi troncoconici in rame erano utilizzati per favorirne l’espulsione dalle sale. L’edificio appare come un complesso termale progettato per il benessere e la purificazione dell’imperatore, un luogo dove cura del corpo e dello spirito si fondevano in un percorso ispirato agli Hammam islamici, probabilmente visitati durante la crociata del 1228. L’architettura ottagonale stessa, insieme all’organizzazione degli spazi, richiama simbolismi islamici legati alla redenzione e alla purificazione, adottati anche nella cultura cristiana. Dalla struttura emerge una disposizione funzionale: dal portale principale si accede a due sale destinate all’accoglienza e alla sosta, che conducono verso la corte interna e suddividono i percorsi. Si susseguono poi ambienti dedicati al tiepidarium e al calidarium; questi sono caratterizzati da soglie più alte e pavimenti ribassati, probabilmente per ospitare sistemi di riscaldamento a ipocausto. Piccole finestre verso l’atrio e una finestra strombata permettevano di catturare la luce naturale senza disperdere il calore accumulato. Come negli Hammam, anche qui i servizi igienici con acqua fredda garantivano un benefico refrigerio. Le stanze posteriori erano riservate ai servitori, mentre un camminamento ligneo al piano superiore consentiva un accesso secondario tra i vari ambienti.

Al primo piano del castello, il sudatorium e il laconicum avevano la funzione di spazi dedicati a trattamenti depurativi, caratterizzati da bagni di vapore arricchiti con essenze. Nelle nicchie laterali sono ancora visibili incrostazioni calcaree che suggeriscono l’utilizzo di sostanze terapeutiche e unguenti medicinali. Qui, alchimisti esperti realizzavano soluzioni curative per l’imperatore, combinando sapientemente sali e metalli. Tuttavia, l’assenza di fonti scritte dirette su Castel del Monte ha lasciato significative lacune nella comprensione della sua storia. Nel tentativo di colmare questi vuoti, due studiosi hanno intrapreso un’analisi del manoscritto Voynich, rilevando sorprendenti somiglianze con il castello. Questo manoscritto è un antico codice miniato, la cui unica copia conosciuta è custodita presso la Beinecke Rare Book & Manuscript Library dell’Università di Yale negli Stati Uniti. Redatto in una scrittura cursiva ancora indecifrata, il testo si presenta organizzato in brevi paragrafi. Tuttavia, le lettere non corrispondono ad alcun sistema linguistico o alfabetico conosciuto, né si ritrovano in altri documenti coevi. La sua natura e la sua esatta datazione rimangono dunque avvolte nel mistero. Le analisi al radiocarbonio hanno collocato il manoscritto ai primi decenni del Quattrocento. Tuttavia, quando fu riscoperto nel 1912 dall’antiquario Wilfried Voynich nella Villa Mondragone di Frascati, sulla retrocopertina era presente una lettera datata 19 agosto 1665. In essa, Marcus Marci, rettore dell’Università di Praga, attribuiva il manoscritto a Ruggero Bacone, noto come doctor mirabilis, uno dei più celebri scienziati, medici e alchimisti del periodo di Federico II. È plausibile che Bacone fosse in contatto con la corte sveva tramite Michele Scoto, astrologo di rilievo. Il manoscritto si configura come una sorta di manuale articolato in quattro sezioni principali. La prima è dedicata alla botanica, con 113 illustrazioni di piante apparentemente sconosciute. La seconda sezione esplora temi astronomici, astrologici o cosmologici attraverso 25 diagrammi raffiguranti possibili studi sulle costellazioni. La terza, definita biologica, si distingue per la presenza ricorrente di rappresentazioni di figure femminili nude immerse fino alle ginocchia in vasche d’acqua.

L’ultima sezione del manoscritto, dedicata alla farmacologia, appare come un autentico trattato di scienza alchemica. In questa parte finale manca la consueta presenza di immagini, suggerendo che possa trattarsi di una sorta di indice. Analizzando il manoscritto con attenzione, molte delle piante raffigurate risultano paragonabili a varietà realmente esistenti, alcune delle quali tipiche del territorio italiano, in particolare della Puglia. Il testo appare criptato e rimane ancora oggi indecifrabile. Tuttavia, un elemento ricorrente potrebbe fornire indizi sulla sua origine: l’inizio di ogni frase è caratterizzato da un simbolo, assimilabile a una F, simile al monogramma utilizzato da Federico II per contrassegnare i suoi documenti. Inoltre, le illustrazioni della sezione biologica sembrano richiamare lo stile di Pietro da Eboli, autore di un‘opera del 1212 dedicata a Federico II, composta da 37 epigrammi in distici latini che descrivono le proprietà terapeutiche delle fonti naturali dell’area flegrea. Il legame si intensifica confrontando questo manoscritto con quelli attribuiti a Ruggero Bacone e con il modello degli erbari medievali, soprattutto quelli risalenti tra il XII e il XIII secolo. Lo stile dei disegni e la disposizione delle scritte attorno ad essi risultano infatti compatibili con i manuali scientifici dell‘epoca, come quelli collezionati e diffusi dallo stesso Federico attraverso la scuola salernitana. La medicina alchemica trova connessione diretta con la parte biologica del manoscritto grazie a rappresentazioni schematiche di albarelli e percolatori – contenitori in vetro o ceramica decorata usati da farmacisti e erboristi medievali. Un dato particolarmente interessante emerge nel quaderno XIV, nella sezione astronomica: è presente un foglio fuori standard che, sul retro, raffigura al centro una planimetria illuminante. Questa rappresenta un edificio a pianta centrale con torri perimetrali e una corte. Strutture di tale tipo richiamano immediatamente una possibile planimetria concettuale di Castel del Monte. Un approfondimento della pagina 85 recto 2 rivela la presenza di un diagramma intrigante con una struttura pseudocircolare al cui centro si trova un sole circondato da raggi, racchiuso in uno spazio blu intenso solcato da onde che ricordano l’acqua contenuta in una vasca o un vortice rotante in senso antiorario. Questi dettagli sembrano richiamare i motivi decorativi delle fontane esterne di Castel del Monte. Inoltre, il diagramma è incorniciato da un anello strutturale con elementi che ricordano la pianta centrale del castello e la sua cinta muraria. La somiglianza iconografica tra il manoscritto Voynich e il De Balneis Puteolanis diviene evidente in questa pagina: così come nel testo medievale si esaltano le qualità terapeutiche delle acque sotto il dominio di sole e luna, qui si osserva una centralità delle proprietà benefiche del sole come fonte superiore rispetto ad altre sorgenti. In questo contesto, le rappresentazioni dei bagni nel manoscritto acquisiscono nuovi significati. Le figure immerse sino alle ginocchia nelle acque sembrano alludere al complesso sistema idrico nascosto tra le mura di Castel del Monte. Anche i riferimenti agli albarelli trovano riscontri diretti: tracce di sostanze corrosive su alcune superfici del castello suggeriscono la presenza di contenitori utilizzati per conservare composti alchemici altamente reattivi. Inoltre, in corrispondenza dei quattro punti cardinali, tra i settori compresi dai canali d’acqua esterni all’anello centrale, emergono figure umane stilizzate. La figura orientale regge un oggetto scuro, descritto come un globo sormontato da un elemento appuntito o da una croce; quella occidentale è raffigurata con un fiore a forma di giglio a tre petali.

La pagina presenta quattro figure umane posizionate sui punti cardinali dell’edificio, due delle quali, poste una di fronte all’altra, simboleggiano il globo crucigero. Il giglio a tre petali è un elemento inequivocabilmente collegato alla figura di Federico II e appare frequentemente nei suoi ritratti e nelle sue opere architettoniche. Il globo crucigero, una sfera coronata da una croce, è un simbolo cristiano ampiamente utilizzato durante il Medioevo su monete, nell’iconografia e nelle insegne regali, rappresentando il dominio di Cristo sul mondo. Per i cristiani, la presenza del globo crucigero è attribuita alla volontà divina. Dopo la parte astrologica, segue quella cosmologica, con la pagina delle rosette dove si trovano nove cerchi disposti in senso radiale: otto attorno a uno centrale, rievocando la disposizione degli otto ottagoni di Castel del Monte. La conoscenza precisa del movimento degli astri era essenziale per gestire correttamente le acque e i bagni descritti nella successiva sezione biologica. Questo processo sottolinea una progressione conoscitiva legata all’architettura dell’edificio e al suo orientamento perfettamente allineato ai punti cardinali. La forma ottagonale del castello, frutto della rotazione di 45 gradi di due quadrati sovrapposti, ha sempre richiamato la connessione metafisica tra terra e cielo, tra la finitezza della Gerusalemme terrestre e l‘infinità della volta celeste. Sul foglio esapartito delle rosette nella pagina 86 verso sono raffigurati nove nuclei circolari, con quello centrale decorato da rappresentazioni medievali di tipici accampamenti arabi caratterizzati dai pennacchi islamici delle tende. Nella stessa pagina, tra disegni difficili da interpretare, si può osservare la rappresentazione di un castello di forma quasi quadrata, facilmente assimilabile al castello di Federico II a Prato. Questo rappresenta uno dei primi esempi delle merlature introdotte da Bellin nel nord Italia. Oggi non è possibile stabilire con certezza quali ipotesi siano da scartare e quali da considerare attendibili, poiché la figura di Federico II lascia spazio a molteplici interpretazioni. Fu un pensatore raffinato, eccellente giurista e uomo dalle spiccate determinazione e pragmatismo; tuttavia, la sua lunga rivalità con il papato logorò il suo regno fino a un tragico epilogo. Le tracce delle sue strategie, tattiche e pianificazioni hanno comunque segnato in maniera indelebile il sud Italia. Per quanto riguarda l’origine del manoscritto, le ricerche non sono ancora concluse. Nel 2009, una datazione mediante il metodo del radiocarbonio ha collocato il documento nei primi anni del XV secolo. Tuttavia, le analisi microscopiche hanno rilevato l’assenza di graffi o ripensamenti nella scrittura, un elemento insolito per manoscritti dell’epoca, suggerendo che si trattasse di una copia. Se la datazione al Quattrocento fosse confermata, le teorie non sarebbero in contraddizione, poiché il manoscritto potrebbe essere una trascrizione risalente al XV secolo di un‘opera originale attribuibile a Bacone o a un suo contemporaneo. Questa ipotesi spiegherebbe l’indecifrabilità del contenuto: probabilmente si tratta di una ricopiatura meccanica da parte di uno scriba ignaro delle informazioni codificate, concepite per proteggere i segreti dell’alchimia da eventuali interferenze da parte del papato. Il mistero legato al manoscritto sembra destinato a rimanere nei meandri della storia. L’unico elemento certo è che il suo reale significato è oggi affidato alla memoria storica. E coloro che possono apprezzare le sinergie tra i diversi lavori non possono far altro che sorridere pensando alla celebre frase di Calvino: quei due si appartengono, ma ciascuno ha bisogno dell’altro.

Tags: castel del monteDe Balneis Puteolanismanoscritto Voynich

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