Omero viene descritto come un maestro di vita e di verità, un uomo cieco e errante vissuto intorno al IX secolo a.C. Il suo nome, emblematico, sembra derivare etimologicamente da “colui che si accompagna a qualcuno”, spesso inteso come il cieco. Anche Tiresia, il veggente cieco narrato nell’Antigone di Sofocle (V secolo a.C.), era guidato da un fanciullo, un dettaglio che richiama questa interpretazione.
La tradizione attribuisce la cecità a Omero, ma bisogna considerare che tutti gli aedi erano considerati ciechi. Tiresia, una figura tra le più celebri, è presentato da Omero nell’Iliade come un veggente al quale l’arte profetica era stata concessa dopo aver subito la cecità. Si narra che egli perse la vista per aver contemplato Atena, simbolo della Sapienza Arcana, nuda: un’azione che simboleggia la visione della conoscenza divina con occhi umani. Nella rappresentazione iconografica antica, Tiresia appariva come un anziano dal capo coperto. Plinio il Vecchio suggeriva: “Una meditazione profonda rende ciechi, poiché la facoltà visiva si ritrae verso l’interno” (N.H. XI, 54).
Si sosteneva che il volto della Conoscenza fosse paragonabile a quello di Iside: una luce pura e intensa, capace di travolgere il neofita, l’iniziato, o il nato alla conoscenza. Questa luce della Conoscenza sarebbe troppo abbagliante per essere pienamente recepita o trasmessa senza causare squilibrio mentale o morale; deve quindi essere velata e filtrata. Mosè, secondo il racconto biblico, chiese di vedere il volto del Signore durante la sua ascesa al Monte, ma ricevette la risposta: “Tu non puoi vedere il mio volto … ti proteggerò con la mia mano mentre passo”. Quando Mosè scese dal monte con le Tavole della Legge, il suo volto divenne raggiante al punto che fu costretto a coprirlo con un velo. Questo gesto simboleggia l’atto di celare alla comprensione del popolo il significato profondo del Pentateuco, velando la Rivelazione stessa.
L’Aedo era strettamente legato alla Musa della musica e dell’armonia, essendo il suo sacro cantore. Tale figura era considerata un profeta, spesso raffigurato come cieco perché la mancanza della vista lo liberava da distrazioni terrene, permettendogli di affinare le sue capacità sensoriali e di entrare in comunicazione diretta con la divinità ispiratrice attraverso ciò che si definisce “gli occhi dell’anima”. La sua saggezza rendeva superfluo il senso della vista: era posseduto dal divino, abitato dal dio, attraverso cui le Muse si esprimevano. Nell’Odissea, Omero narra l’origine simbolica della cecità di Demodoco, il cantore alla corte di Alcinoo, re dei Feaci, sottolineando così il legame profondo tra cecità fisica e capacità sovrumane.
La Musa gli era immensamente grata
ma insieme bene e male gli offrì:
degli occhi lo privò, donandogli il dolce canto.
Secondo il racconto omerico, il dono della profezia e la cecità venivano da sempre interpretati come una forma di bilanciamento voluto dagli dèi: spesso chi possedeva conoscenze superiori o rivelava verità inaccessibili agli uomini perdeva l’uso della vista. Una ricompensa spirituale che trasformava il limite fisico in uno strumento per accedere a dimensioni più alte.
La cecità degli aedi e degli indovini è un tema ricorrente in molti miti greci, dove viene descritta come un dono divino o comunque strettamente legata a un ordine sacro: essa diventa simbolo di ispirazione e veggenza. Proprio come l’oracolo, anche il poeta-mitografo era cieco alle vicende terrene ma percepiva con forza una realtà trascendentale.
Porfirio, filosofo neoplatonico e discepolo di Plotino, indagò con profondità i significati esoterici dell’Odissea, dedicando a questo argomento un’opera intitolata “La filosofia di Omero”. Secondo Porfirio, Omero andrebbe considerato un autentico filosofo, maestro ideale di Platone e quindi un Grande Iniziato. Vedeva nel poeta ispirato un portatore di verità celate nelle pieghe della finzione letteraria, capaci di trasmettere significati trascendenti. I miti omerici celerebbero i misteri del divino, rivolgendosi a “anime iniziate” alla ricerca dell’ascesa al sacro. Anche per Plotino, infatti, gli episodi narrati da Omero avevano una natura divina: essi non solo provenivano direttamente dalle divinità ma agivano sull’anima umana, elevandola verso l’unione suprema con il divino.
L’Iliade e l’Odissea, opere attribuite a Omero, si presentano con una narrazione su due livelli. Il primo richiama antichi eventi storici ormai avvolti nel mistero del tempo, mentre il secondo livello si sviluppa in una dimensione che trascende spazio e tempo.
Oggi si ritiene che i poemi omerici abbiano origine nelle leggende e nei canti appartenenti a una consolidata tradizione orale diffusa nell’antica Grecia, dalla quale Omero, o chi si cela dietro il suo nome, ha tratto ispirazione. Nelle sue opere, l’Iliade e l’Odissea, ha messo in versi le vicende degli eroi della guerra di Troia, appartenenti alla Quarta Generazione, nota come quella degli Eroi. Questi racconti traggono spunto da tradizioni persino più antiche, probabilmente tramandate nei Misteri, che non potevano essere divulgati apertamente. Di conseguenza, Omero li traduce in poemi ancorandoli a luoghi e personaggi del suo tempo. Così, la narrazione di un remoto conflitto tra gli Achei, popolo della giovane Grecia, e i Troiani, appartenenti al vicino Medio Oriente, trova forma nelle sue opere.
La figura del mondo dell’Iliade rivela ulteriori peculiarità. L’opera non è una cronaca storica nel senso convenzionale del termine, ma piuttosto un racconto mitico che richiede d’essere interpretato in profondità. Ciò la accomuna ad altre narrazioni epiche e leggendarie, come il Gilgamesh, il Ramayana e il Mahâbhârata, spesso considerati di una datazione errata e troppo recente dagli studiosi che si basano solo sulle versioni riscritte e semplificate.
L’Iliade e l’Odissea sono frammenti incompleti. Neppure gli Inni di Omero, grande cantore del IX secolo a.C., riescono ad aiutarci nel completamento delle lacune. Tra i tanti enigmi dei due poemi si annovera il mito del Cavallo di Troia, la cui veridicità può essere colta solo in modo implicito. La tradizione orale greca, ormai perduta, avrebbe forse fornito maggiori chiarimenti. Caso ben diverso quello dell’India, dove la trasmissione orale delle tradizioni è giunta intatta sino ai giorni nostri.
Le guerre epiche narrate nella storia di Troia affondano le loro radici nella preistoria dell’umanità. Secondo Omero, il conflitto tra Achei e Troiani si protrae per nove anni e giunge a conclusione nel decimo. I miti greci ci raccontano inoltre una battaglia tra gli Dei che si risolve alla fine di nove giorni con la caduta dei Titani nel Tartaro; l’ira di Apollo contro i Niobidi dura nove giorni; così come dura nove giorni e notti il Diluvio di Deucalione. Il numero nove appare ricorrente, simbolo di ciclicità e ordine in queste narrazioni.
I testi mitici e esoterici utilizzano numeri chiave per decifrare significati velati. L’Iliade è composta da 24 canti e l’Odissea racconta eventi attraverso un ciclo di 24 anni. Entrambi i poemi si sviluppano in un ciclo doppio di dieci anni. Ventiquattro sono inoltre le ore che formano la giornata: divise equamente tra 12 ore di luce e 12 di buio. Non è un caso che anche la Cabala assegni al numero 24 un ruolo significativo nella Creazione. Plutarco parla dei 24 dèi luminosi creati dalla divinità Horomazes secondo la religione di Zoroastro. I Caldei riconoscevano al di fuori del cerchio zodiacale 24 stelle, suddivise in 12 australi e 12 boreali – chiamati “Giudici dell’universo” – esseri cosmici inseriti nella mitologia babilonese e persiana come parte di una corte celeste. Anche nella visione di Giovanni compaiono i “24 vegliardi”. In matematica il numero 24 è legato alla Tetraktys attraverso il fattoriale: 4! = 1 x 2 x 3 x 4 = 24.
Il numero 10, noto come Tetractis, assume un significato speciale e non è un caso che sia il numero 24 che il numero 10 rappresentino una Tetractis. Il ciclo si conclude con il numero Dieci (9+1=10), che simboleggia il ritorno all’Uno, il centro, e l‘inizio di una nuova fase o Era. Questo concetto, espresso come 10 = 1+9, racchiude l’idea di unità e molteplicità: l’Uno e il cerchio del 9 raffigurano la materia che si diversifica, insieme alla perfezione e al completamento. Il pitagorico Filolao attribuiva al numero Dieci una profonda importanza, affermando: “Grande è la potenza del numero che tutto governa e conduce al compimento, principio e guida della vita divina e celeste, così come di quella umana“.





