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Susanna Basile Talk Show: Salvatore Distefano presidente dell’Associazione Etnea di Studi Storico-Filosofici

Prossimo evento , sarà il 15 dicembre all'Università, al Monastero dei Benedettini dove faremo una sorta di seminario di approfondimento di un testo che si occupa di Socrate, Sette brevi lezioni su Socrate ed è appunto un argomento a cui noi teniamo tanto anche per l'importanza, per la bellezza, per la profondità che ha Socrate nella storia del pensiero filosofico

Susanna Basile di Susanna Basile
Dicembre 9, 2025
in Attualità
Tempo di lettura: 12 minuti
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Susanna Basile Talk Show: Salvatore Distefano presidente dell’Associazione Etnea di Studi Storico-Filosofici

Salvatore Di Stefano presidente dell’Associazione Etnea di Studi Storico-Filosofici: Un’associazione che io e altri colleghi e colleghe di Catania e anche qualcuno della provincia, abbiamo fondato diversi anni fa e si occupa appunto da molti anni ormai di formazione degli insegnanti ma anche di attività rivolta agli alunni e alle alunne delle scuole perché il nostro obiettivo è quello di far conoscere meglio, di approfondire tematiche di carattere storico e di carattere filosofico e quindi proprio per questo un po’ giriamo le scuole, università e associazioni. Prossimo evento , sarà il 15 dicembre all’Università, al Monastero dei Benedettini dove faremo una sorta di seminario di approfondimento di un testo che si occupa di Socrate, Sette brevi lezioni su Socrate ed è appunto un argomento a cui noi teniamo tanto anche per l’importanza, per la bellezza, per la profondità che ha Socrate nella storia del pensiero filosofico”.

 

quando ci invitano ovviamente oppure di pomeriggio le presentiamo noi le attività e le appunto organizziamo sempre con questo obiettivo. E come tu dicevi l’ultima nostra iniziativa è stata quella che abbiamo realizzato assieme ad altri a liceo scientifico Boggiolera, la prossima iniziativa, quella più vicina, sarà il 15 dicembre all’Università, al Monastero dei Benedettini dove faremo una sorta di seminario di approfondimento di un testo che si occupa di Socrate, sette brevi lezioni su Socrate ed è appunto un argomento a cui noi teniamo tanto anche per l’importanza, per la bellezza, per la profondità che ha Socrate nella storia del pensiero filosofico.

 

Poi ovviamente ci occupiamo di pomeriggio alle 16 al Monastero dei Benedettini, l’aula 25 così per saperlo perché è grande e appunto è un seminario al quale parteciperò io e poi due docenti dell’Università di Catania, il professore Cipolla che insegna letteratura greca e il professore Tinet che insegna storia contemporanea. Quindi noi siamo i relatori ma ovviamente saremo contenti se ci saranno anche interventi e approfondimenti da parte di altri. Sempre i nostri incontri sono rivolti ad alunni e docenti perché per noi il mondo della scuola è un mondo che deve essere guardato in modo completo secondo una visione dell’intero che ci appartiene pienamente.

 

Allora la prima domanda che riguarda proprio il discorso della filosofia, visto che voi vi occupate anche di storia, però in questo caso a noi ci interessa più l’aspetto filosofico. A cosa serve la filosofia nel 2025?

 

Guarda, io penso che la filosofia sia una disciplina fondamentale non solo a scuola perché appunto la scuola si insegna nei licei e poi all’università ma soprattutto appunto sia una disciplina utilissima per vivere, non solo imparare a vivere ma vivere nel modo migliore possibile. Io per esempio spesso mi soffermavo anche su questo modo di pensare secondo il quale la filosofia è una sorta di scacchiera, di disciplina inutile, per dirla con una battuta ai ragazzi una specie di aria fritta che non serve a niente.

 

Ecco questo non è vero ma non è vero perché non solo la filosofia quando è nata si occupava delle cose più concrete che ci potessero essere, la natura, la  Physis diciamo nei greci. Noi sappiamo che i primi filosofi si sono occupati degli elementi fisici della natura. Il primo che è considerato Talete come filosofo si occupò dell’acqua, poi Anassimene dell’aria, poi Empedocle dei quattro elementi naturali, l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco e poi via via tutti i filosofi si sono occupati di quello che loro pensavano che fosse la realtà, quello che poi Parmenide chiama l’essere.

 

Ecco questo è vero anche per noi perché noi quando vogliamo parlare della realtà e ne vogliamo parlare nel modo più serio, più profondo, potremmo dire così più colto possibile, siamo obbligati, costretti a ricorrere alla filosofia. Faccio un esempio, se io chiedo a te o a qualche altro qual è il senso della tua vita, tu mi risponderai molto probabilmente la filosofia della mia vita è questa. Addirittura se io chiedo a un allenatore di calcio qual è il modo in cui fa giocare la sua squadra, lui mi risponderà la filosofia di gioco della mia squadra è questa e quest’altra.

 

Quindi questo proprio per dire che la filosofia si occupa della realtà e noi abbiamo bisogno, necessità della visione filosofica per indirizzare la nostra vita, per cercare di capire quali sono i valori a cui ci dobbiamo avvicinare, cos’è bene, cos’è male, cos’è giusto, cos’è sbagliato, qual è il senso di tutte le cose che noi facciamo. Quindi proprio la prima cosa che bisogna dire e bisogna smontare questo luogo comune è che appunto la filosofia si occupa della realtà, è una cosa concreta. La filosofia bisognerebbe insegnarla in tutti gli indirizzi scolastici, la filosofia non si insegna in tutti gli indirizzi scolastici, c’era stata un’idea molti anni fa invece appunto di portarla in tutti gli indirizzi e io credo che questo sarebbe un grosso passo avanti per la scuola italiana.

 

Stavo per dire che nessuno mai, o perlomeno le persone parliamo in generale, pensate che dietro le scoperte, dietro anche la chimica, la fisica, l’astronomia c’è un ragionamento di fondo. Quindi le idee, ci sono le idee, c’è l’ispirazione, io ho trovato anche un’indicazione indiana perché c’è l’ispirazione, quindi l’ideazione, il momento poi che diventa pratica in questo senso è l’utilizzo della teknè, giusto per usare dei termini greci che poi sono anche termini filosofici. Quindi assolutamente se alle persone spiegassimo quello che cercheremo di fare è che dietro ogni scoperta, anche una scoperta di medicina, gli antichi greci erano medici ma erano filosofi prima di essere medici.

 

Intanto come dicevi tu, nella civiltà greca, dove nasce la filosofia, la filosofia e poi soprattutto il pensiero occidentale, noi ci rifacciamo a quel pensiero, non esisteva la differenza tra ambito scientifico e ambito umanistico, questa è una differenza che abbiamo creato noi. Per loro, come tu dicevi, c’era il sapiente prima, poi diventa il filosofo, lo scienziato, il pensatore e lui si occupa di tutto, cioè per loro sarebbe appunto così una cosa assurda non occuparsi di tutto, poi è chiaro che ognuno trova magari un indirizzo più preciso, un approfondimento più specifico. Però, per essere chiari, io questa differenza la toglierei anche ora.

 

Tu poco fa dicevi il medico, allora se io mi devo iscrivere ad una facoltà scientifica io dirò medicina, ingegneria, costruzioni eccetera, ma non c’è facoltà più umanistica di quella di medicina, perché il medico si occupa della vita tra l’altro delle persone. Non c’è facoltà più umanistica dell’ingegneria, perché l’ingegnere si occupa delle città, delle case, delle strade, cioè si occupa di tutto quello che riguarda l’umanità, gli esseri umani e questo vale per tutte le facoltà. Poi ovviamente ci deve essere una specializzazione, ma poi tu dicevi una cosa secondo me importante, lo scienziato è vero che ha bisogno della tecnica, ha bisogno per esempio di una competenza specifica, ma lo scienziato e qualsiasi essere umano in ogni ambito si deve porre il senso di quello che sta facendo, il senso della sua scoperta.

 

Anche qui faccio un esempio, ho visto qualche tempo fa quel bellissimo film Oppenheimer, cioè dello scienziato che costruisce assieme ad altri la bomba atomica, tra l’altro faccio una parentesi, noi abbiamo avuto anche qualcuno che prima poteva fare questo tipo di arma, ma si rifiuta perché appunto, per esempio io penso a Majorana, tra l’altro concittadino. In via Etnea dopo la villa Bellini, se uno alza lo sguardo c’è la targa che ricorda che in quel palazzo abitava Ettore Majorana.

Uno di quelli scomparsi.

Quello che scompare, ma scompare, e c’è il libro di Sciascia,  che ci spiega che lui proprio scompare perché non vuole andare avanti con i suoi studi, perché capisce che ha in mano uno strumento micidiale per l’umanità.

 

E questo è il problema che si pongono gli scienziati, gli scienziati come dire quelli con la testa sulle spalle. Quelli per bene. Quelli che comunque hanno, come dicevi tu, questa impostazione anche filosofica.

 

Quello che io sto facendo, devo porre il problema se è un bene per l’umanità o se è un male. Cioè la scoperta scientifica può avere una valenza positiva o una valenza negativa. E questo appunto è quello che fondamentalmente ha sempre fatto la filosofia, il senso di quello che facciamo.

 

Socrate diceva che una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta. Il termine ricerca significa senza esame, cioè senza capire quello che stiamo facendo. Perché questa è la vita.

 

E quindi da questo punto di vista c’è una cosa che per esempio bisognerebbe, secondo me, portare avanti. E’ questo dibattito di un superamento rigido tra ambiti scientifici, ambiti culturali. Poi è evidente che dentro un quadro generale ci devono essere delle specificità.

 

Ma quello viene dopo. Io rispetto a una disamina sia scolastica, perché quando era a scuola già avevo un pensiero mio autonomo fortunatamente, che non si è mai spento, anzi si è accelerato, che tutte le situazioni più di impoverimento spirituale, uso questo termine, nascono dall’Ottocento in poi. Perché? Io penso così.

 

Vediamo giustamente, siamo qui anche con il filosofo e lo storico a confutare le mie convinzioni. Perché fino alla fine del 1700, prima della rivoluzione francese, tutta sommato questa divisione al di là di Galileo Galilei, diciamo così, di quei grossi nomi, tutta sommato scienza e natura e filosofia e letteratura avevano un fil rouge. Poi invece a un certo punto avviene quello che poi noi ci siamo trascinati nell’Ottocento con la scuola generalizzata, con la scolarizzazione di massa, in qualche modo succede che col positivismo e con la suddivisione anche nell’ambito del lavoro, la nascita delle fabbriche, dell’industrializzazione e via dicendo, anche i saperi cominciano a separarsi.

 

Questa è una mia impressione. Ancora tutt’oggi all’interno della scuola, mio malgrado perché sono uscita più di 40 anni fa dal liceo classico, di più quasi 50, mezzo secolo fa pure io.

Mezzo secolo fa, ancora? Penso che ce lo potrai ora dire tu, confermare, confutare come ti piace il termine utilizzare.

 

Ancora c’è questa scuola degli anni 20-30, sempre con questa divisione, con questi tomi, con questa letteratura, questa filosofia, questa progressione filosofica e via dicendo, che quelle sono le materie umanistiche e quelle sono le materie scientifiche. Di chi è la colpa? Cosa è successo? Questa è una domanda un po’ così ad ampio… Quando è successo?

 

Non è un problema di colpa. Intanto tu citavi Galileo, che è proprio l’emblema di quello che dicevamo prima.

 

Galileo è un grandissimo scienziato, ovviamente non glielo dobbiamo dire noi, ma è anche un filosofo. Infatti lui entra in conflitto con la Chiesa perché, grazie alle sue scoperte scientifiche, ha una nuova visione del mondo, una nuova visione dell’uomo. E’ proprio questa la filosofia.

 

E pensiamo nel Settecento all’Illuminismo. Però nell’Ottocento c’è il progresso delle scienze. Io non condannerei un secolo, ma il positivismo che tu citavi, che è quella cultura che esalta il fatto positivo, la realtà, e ha un impianto fortemente scientifico, però il fondatore del positivismo è uno dei filosofi che si studiano, che si studiavano a scuola, Auguste Comte.

 

Quindi questa conferma di quello che stiamo dicendo e quello di cui stiamo parlando. Ma questo anche poi all’inizio del Novecento e così via. Io credo che questa distinzione sia nata anche per motivi di carattere ideologico e politico.

 

Per esempio, noi abbiamo una scuola, ma ora è molto cambiata, che all’inizio del Novecento, cioè in particolare quando prende il potere il fascismo, viene riformata dal filosofo Giovanni Gentile, che è uno dei maggiori esponenti della cultura fascista, anzi potrei dire senz’altro il maggiore esponente della cultura fascista, che fa una rigida divisione tra licei e scuole tecniche. E poi è una rigida divisione che è funzionale ad una divisione della società, dove c’è una parte che deve dirigere, quindi la parte, chiamiamola più intellettuale, che è quella formata dai licei, e una parte invece che deve manualmente portare avanti determinate mansioni, la divisione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale. Questa divisione è rimasta nella scuola italiana, però negli ultimi anni ci sono stati molti cambiamenti, parlare di questo ci prenderebbe tutta la trasmissione, per così dire.

 

Però ripeto, io credo che ancora nella scuola italiana, nonostante le cose bellissime che ci sono scritte nella Costituzione italiana, penso agli articoli 33 e 34, che parlano della scuola, la scuola aperta a tutti, e poi l’altro è compito della scuola, appunto rimuovere gli ostacoli, affinché i capaci e meritevoli possano, anche se sono privi di mezzo, raggiungere i maggiori traguardi, gli obiettivi che si prefiggono, questo obiettivo noi non l’abbiamo ancora, purtroppo, realizzato. Però credo che se uno torna indietro, ci sono stati momenti alti della cultura, sia scientifica sia umanistica, usiamo questa distinzione per farci capire, anche per capire noi stessi di cosa stiamo parlando. Io penso per esempio all’illuminismo, uno dei momenti più alti della storia dell’umanità, penso per esempio al Rinascimento, che è il figlio dell’umanesimo, e quindi l’umanesimo perché si torna alle umane littere, si torna alla classicità.

 

Quindi noi dovremmo, secondo me, senza presunzione, certamente non sono io e tu che dobbiamo aggiustare il mondo, noi stiamo facendo una riflessione, anche molto personale, però noi dovremmo avere la capacità di imparare dai punti alti della storia dell’umanità e in alcuni momenti i punti alti della storia dell’umanità sono stati toccati anche e direi soprattutto dall’Italia. Io penso per esempio al Rinascimento, all’umanesimo, quelli sono i momenti alti della storia dell’umanità e della storia dell’Italia. Gran parte dei turisti colti che vengono in Italia vengono per vedere le città del Rinascimento, le opere del Rinascimento, così come le opere del mondo antico.

 

Beh, Roma poi non ha bisogno di presentazione da parte mia. Non c’è dubbio. Io per esempio volevo spezzare una lancia in negativo, in questo senso, però va bene così.

 

Quando da grande io ho cominciato a studiare mi sono iscritta in filosofia, convinta all’inizio che avrei studiato Freud, Jung, Adler, comunque dei psicologi-filosofi, chiamiamoli così, umanistici. Niente di tutto ciò. All’inizio ho cominciato a studiare delle cose terribili, per me terribili perché erano tutte piene di statistica, piene di formule, piene di test, insomma tutto tranne l’umanesimo, come dicevi tu prima, parlo nell’ambito psicologico.

 

Un libro di Freud non l’ho fatto, libri su Freud sì, quindi scritti da professori per cui erano veramente ostici, perché i libri di Freud sono di una semplicità sorprendente, e quando mi sono iscritta a storia e filosofia, pensa che la tesi l’ho fatta su uno psicologo. Cioè paradossalmente in storia e filosofia ho potuto fare una tesi su uno psicologo-filosofo che è William Reich, che è stato completamente eliminato in psicologia, c’è una damnatio memoriae su William Reich totale, e ho potuto dare anche materie di filosofia teoretica dove il professore ci ha dato libri di Freud, di Freud, non scritti su Freud. E stiamo parlando di tempi recenti, perché ho fatto il mio percorso di studi dieci anni fa, quindi non è che ho fin dieci, quindici anni fa, sia di psicologia e di filosofia, solo che William Reich, le tesi su William Reich mi avevano detto in psicologia eresia, in filosofia mi hanno fatto fare una tesi di psicologia umanistica, quindi questa è la mia esperienza personale, che non è così antica, è piuttosto recente.

 

Certo, certo. Va bene, sì, però appunto bisogna dire questo, William Reich tra l’altro, io me lo ricordo dai tempi del liceo, per noi cominciò a circolare questo scritto e i suoi scritti, però diciamo che prima anche il corpo delle discipline, per esempio di filosofia, di storia, ma anche di letteratura italiana, era un po’ più tradizionale. Poi la psicanalisi, la psicologia, le altre cose sono entrate man mano, per esempio ormai si parla di filosofia e scienze umane, e da questo punto di vista si recupera anche tutto un ambito, che è quello che tu citavi, che diventa estremamente importante sempre in un’ottica filosofica per la conoscenza dell’uomo, dell’individuo, soprattutto della sua interiorità.

 

Anche qui poi i Greci da un certo punto di vista già ce l’avevano spiegato. Se noi pensiamo a Socrate che ti dice che bisogna guardarsi dentro l’interiorità del vero, poi c’è tutto il mondo cristiano, quindi io penso che l’andare avanti abbia anche fatto evolvere, fatto crescere i programmi sia a scuola che all’università, quindi questo è il punto. Il problema vero è poi cercare di trovare il raccordo tra quello che uno studia e quello che poi è la nostra professione, l’attività nella società, sia per gli insegnanti e sia per chi non svolge l’attività di insegnante ma ha fatto determinati studi che comunque sono, io lo ripeto, secondo me fondamentali, importantissimi, perché poi ognuno sceglie strade diverse, ma quella base teorica, quella base disciplinare non si getta mai.

 

Allora ti faccio una domanda. Sì, ti faccio una domanda. Io sono convinta che la filosofia, quindi come dicevi prima, per esempio la filosofia teoretica, il tema poi lo fa il professore, no? La filosofia greca no, è quella più o meno, no? La filosofia medievale, diciamo così.

 

Ogni tratto di filosofia, secondo me, lo fa il professore o la professoressa. Quando tu insegnavi, quindi la domanda è diretta in questi termini, che stile avevi? Cosa ti piaceva inoculare ai tuoi studenti, alle tue studentesse? Cosa ti faceva piacere arrivare in questo senso?

 

Sì, ma guarda, il problema è questo. Intanto, come tu sai, nella scuola c’è una struttura più organica, tra virgolette più rigida, più regolativa degli insegnamenti.

 

Per esempio, non ci sono più i programmi prescrittivi. Prima, nella scuola che ho frequentato io e che hanno frequentato altri, il programma di filosofia annuale era già prescrittivo, quindi già, come dire, dato, e bisognava arrivare a certi argomenti. E come tu dicevi, la filosofia antica, la filosofia medievale moderna, e poi la filosofia contemporanea, che però si faceva con molta difficoltà, così come per la storia.

 

Ora, i programmi sono più liberi per l’insegnante, cioè vengono dati, diciamo, tutta una serie di autori e all’interno di quegli autori ce ne sono alcuni imprescindibili. Tanto per essere chiari, io il primo anno di filosofia non posso non trattare, che ne so, Platone e Aristotele, perché non sarebbe quella la filosofia se io non li tratto. Così come per la filosofia moderna, Cartesio, Kant, Hegel, per quella contemporanea, Nietzsche, Heidegger, Marx.

 

Però poi l’abilità dell’insegnante, la capacità, diciamo, didattica, è quella, magari sacrificando alcuni argomenti, quella di cucire bene, di legare bene i vari passaggi. Perché se no, se si passa in modo, potremmo dire, violento, cioè con dei salti, da un argomento ad un altro, da una fase ad un’altra, molto spesso magari poi la classe non riusciva ad avere chiarezza delle scelte stesse degli insegnanti, dell’insegnante. Io per quanto mi riguarda cercavo di svolgere sempre quegli argomenti che sono quelli tra l’altro più importanti, quelli ritenuti più classici nella storia del pensiero filosofico e di questi cercare di non sacrificare nessuno, anche se con tutte le attività che ormai si svolgono a scuola non era facile, soprattutto negli ultimi anni, poter svolgere, diciamo, dei programmi completi.

 

È chiaro? E da questo punto di vista, secondo me è molto importante non, come dire, sacrificare argomenti sulla base, magari, delle preferenze dell’insegnante, e invece cercare, poi ovviamente è chiaro che è comunque l’insegnante che sceglie quando mettere e togliere, però cercare appunto di rispettare, da questo punto di vista, quegli autori che, ripeto, sono ritenuti, anche sulla base dei manuali, i manuali più recenti, quegli autori, come dire, fondamentali, essenziali per l’insegnamento della filosofia e lo stesso valeva per l’insegnamento della storia, quali sono gli argomenti che non possono non essere insegnati e mentre alcuni, magari, con una serie di passaggi, così, diciamo, più elastici, cercare di dare contezza, ma magari senza soffermarsi troppo su quegli argomenti. Sono scelte sempre dolorose per gli insegnanti, come tu sai, ogni volta, no? Però sono scelte che bisogna fare perché, dato che l’ampiezza degli argomenti aumenta sempre di più, è chiaro che è impossibile poterli trattare tutti gli argomenti che andrebbero trattati, quindi delle scelte bisogna farle e questo, purtroppo, è necessario, non si può non fare così.

 

Vado, ti faccio un’altra domanda, che oggi ho deciso di fare l’avvocata del diavolo.

 

Quanto conta la formazione dell’insegnante da un punto di vista religioso, non spirituale, perché spesso ci si confonde, nel senso che i filosofi, appunto, si dividono sempre, no? Quelli atei, quelli credenti, quelli, insomma, così così, eccetera. Quindi quanto influisce il discorso, diciamo così, del pregiudizio, parlando in generale?

 

Ma guarda, qui, secondo me, conta molto veramente l’intelligenza, l’apertura mentale, la laicità, intesa come libertà di pensiero, di circolazione del pensiero, dell’insegnante. Perché, come è noto e come è giusto che sia, un insegnante ha delle preferenze, ha delle tendenze.

 

Sarebbe, tra l’altro, ridicolo che fosse il contrario. Io facevo questo esempio. Se un alunno ti chiede se tu hai delle preferenze, tu che fai? Rimani a bocca aperta dicendo no, non posso… Cioè, è chiaro che… Però la cosa importante è questa, che, come dire, al primo posto ci sia l’insegnamento dei contenuti e soprattutto un dialogo vero, aperto, con gli alunni.

 

Cioè, gli alunni, come dire, molto spesso, anche loro, hanno delle tendenze, delle preferenze. Eppure, io e gli alunni, un insegnante e gli alunni, devono trovare, entrare in sintonia proprio sulla base di domande e risposte, sulla base di una ricerca comune.

Tags: salvatore distefano

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