Susanna Basile Talk Show: Franz Cannizzo, Catania Anatomia di una città: l’impatto della ferrovia e il mare negato
Il dott. Franz Cannizzo economista, formatore di imprenditori d’azienda e la sua passione nei confronti di Catania con più di 10.000 fotografie della sua collezione ha creato un excursus che ci racconterà nel corso di diverse puntate
Io mi sono innamorata della storia che è stata descritta più volte ma da diversi anni ormai su Facebook e aspettavo di avere una trasmissione consona che ti potesse veramente in qualche modo non contenere ma distribuire. Ecco in questo senso e divulgare perché veramente guarda fino all’ultima fotografia, l’altro giorno io abito al Castello Ursino, hai pubblicato una fotografia della Marina. Quindi finalmente ho capito com’era la nostra piazza, quindi la piazza Alcalà poi piazza Borsellino prima della bonifica, mettiamola così in questi termini.
Ma prima di andare avanti, visto che ti sto stimolando in tutti i modi, abbiamo chiesto a Franz Cannizzo qual è esattamente la sua professione rispetto alla sua quotidianità.
Bene, allora intanto cosa non sono? Non sono né uno storico né un cattedratico né insomma un docente che si occupa di storia, sono docente nelle materie aziendali anche perché come tu hai gentilmente e correttamente detto sono un professionista, un libero professionista che si occupa in modo specifico della vita, della nascita, dell’espansione delle imprese. Da circa 30 anni mi occupo di tutto quello che riguarda il mondo imprenditoriale, sono un consulente di direzione e di organizzazione di imprese, studio associato a Catania e insieme ad un commercialista, collega commercialista e insieme ad un avvocato seguiamo la vita e l’espansione di un’impresa.
Ad oggi ho formato forse oltre un migliaio di nuovi imprenditori e ho seguito circa 800 progetti imprenditoriali, dall’idea allo sviluppo del business plan, il piano di trattabilità direbbe qualcuno, alla richiesta di finanza aggiornata, alla startup, cioè all’avvio dell’attività stessa. Questa è un’attività che seguo con grande passione, così come tutte le cose che faccio e tra queste passioni qualche decina di anni fa nasce anche quella per le foto d’epoca, che è un po’ il motivo per cui noi oggi pomeriggio con grande piacere da parte mia ci incontriamo.
Questa è solo la prima puntata, visto che tu hai un archivio immenso e visto anche la proposta, cioè io ti ho chiesto di venire ospite senza avere un attimino un’idea di quello che potevamo fare e tu mi hai fatto una proposta molto interessante, cioè di legare il discorso dell’economia, quello che mi hai detto, alla storia della nostra città, insieme alle foto.
Assolutamente vero, scusami se ti interrompo, perché c’è un dettaglio particolare, estremamente importante. Ho esordito dicendo non sono uno storico, non sono un cattedratico, ma sono un consulente di direzione e quindi un’economista che grazie a questa passione per le foto d’epoca inizia ad incuriosirsi e a leggere per formazione professionale queste foto con gli occhi degli altri, dei fotografi, quella che è stata la storia economica. E devo dire che è una storia ricca, grandemente affascinante, piena di contraddizioni, di colpi di scena, una storia che se riuscissimo a conoscere tutto, ecco il motivo per cui tempo fa decisi di condividere questa mia passione attraverso i social, attraverso Facebook, dove c’è la mia pagina Franz Cannizzo, dove all’interno nasce, pensa, 12 anni fa e più, scatti di memoria.
Ho messo online una buona parte della mia collezione, che conta oltre 10.000 fotografie, ho pubblicato ad oggi qualcosa come più di 7.000 fotografie d’epoca, accompagnandole anche da una riflessione, da un commento squisitamente di carattere economico. Per andare oltre la semplice veste estetico formale, la solita nota di nostalgia, ma cercare di leggere questo passato in una chiave presente e magari contribuire a portarla ad una visione futura della nostra città, che ne ha assolutamente bisogno. Allora, io nota di nostalgia tra virgolette non ne ho sentita mai nelle fotografie che tu hai pubblicato, devo essere sincera, altrimenti non saremmo nemmeno qui.
Io curo anche questo aspetto, questa emozione, perché è importante, come la tristezza, tutti i sentimenti più negativi, perché sono quelli che ci fanno apprezzare la vita, la gioia, la felicità, perché esiste questo discorso, se non c’è un discorso verso una tonalità, non esiste l’altra tonalità. Invece quello che io ho apprezzato sempre, proprio perché Catania è una città meravigliosa, ma è anche stata una città martoriata, a cominciare dal discorso della lava, di tutte le eruzioni che ha avuto nei secoli, e che è chiaro che poi la fotografia non ci può rendere partecipi se non da una certa data in poi, ma è anche vero che è una città determinata anche da uno scempio, spesso e volentieri, sia da un punto di vista architettonico, ingegneristico, politico, mettiamola così. Per cui da parte tua, infatti per questo ho sorriso, scusa se ti ho interrotto, però mi veniva troppo da ridere, mai ho visto, sempre in maniera molto gentile, molto acuta, con un taglio da bisturi, io mai ho sentito una polemica così a vuoto a perdere da parte tua.
No, ma infatti le mie non vogliono essere assolutamente delle note nostalgiche, ma cercare di leggere questi momenti passati come stimolo per il presente e per il futuro, perché devo dire che certamente abbiamo avuto un grande passato, un grande passato che consideriamo che soltanto nel Settecento, dopo il terremoto del 1693, la nostra città, la nostra regione, cresceva ad un ritmo impressionante, qualcosa come il 25% del PIL che veniva determinato in quel periodo. Quindi eravamo una sorta di supercina attuale in buona sostanza, dove la capacità di crescita era notabile. Certo, poi c’erano magari i vicerè che passavano così tanto per cui restava ben poco nelle tasche dei catanesi, dei siciliani, ma voglio dirti che comunque abbiamo avuto un grande passato non solo economico, ma anche sociale, ma anche politico.
Purtroppo quello che è successo nell’ultimo secolo sicuramente ci ha portato un attimo, forse a dimenticare il nostro grande passato, per cui oggi ci ritroviamo dove siamo in buona sostanza. Però io vorrei iniziare con una prima fotografia che in assoluto passo direttamente, tra l’altro questa copertina, Anatomia di una trasformazione, è anche un titolo che calza pennello, perché in questi sabati, in queste giornate, nelle prossime settimane, andremo in buona sostanza a vedere quali trasformazioni ha subito nel secolo di Catania. E partiamo attraverso la foto, e partiamo dalla foto più antica in assoluto.
Pensa che questa foto risale a ben 179 anni fa. Noi stiamo vedendo Piazza Duomo con gli occhi di un reverendo inglese, Tyler Bridge, un reverendo anglicano che si mise a fare un tour in tutto il sud, e arrivò in Sicilia, arrivò a Catania perché, pensa, voleva fare un’attività promozionale della sua macchina fotografica, che elaborò, inventò, grazie ad un socio, Tyler Talbot, e quindi in buona sostanza faceva questo signore, questo reverendo anglicano, da promoter. E quindi andava di città in città per far vedere questa nuova tecnologia, questa macchina fotografica, che, pensa, in quel periodo aveva tempi di posa veramente spaventosi.
Per scattare una foto del genere venivano fuori dopo una posa di circa 45 minuti. Quindi, pensa un po’ che tempi biblici. E noti anche, come dire, dei particolari.
Salto subito all’occhio, Susanna. Il recinto attorno all’ Elefante?
E poi ancora?
Oggi sono interrogata.
No, no, no, assolutamente. Poi ci sono, sì.
Se guardi bene c’è anche un particolare. No, questo è importante.
Ah, c’è un pezzo di chiesa, no, il pezzo di chiesa dietro della chiesa. Anche il campanile, in buona sostanza. Ecco, ecco, perché c’è il pezzo di chiesa, si vede soltanto la parte medievale, giusto? Anche il campanile.
Ah, ci stavo arrivando, vedi, piano piano. Come noti è una bellissima foto che ci trasmette quello che era Catania 179 anni fa. Però questa foto vista con gli occhi del reverendo inglese Lee Bridge segna anche un altro momento importante, un altro momento molto importante, che è quello di un’epoca a Catania, un’epoca di aristocrazia e di attività marinare che sta per finire.
Quindi quello che fino a quel momento era stata Catania sta per finire definitivamente. Lo scopriremo tra poco per quale motivo. Quante sono le caratteristiche di questa Catania di quell’epoca? Beh, naturalmente le classi dominanti erano due.
La nobiltà e il clero. Queste due classi dominanti nella nostra città. E come si andavano a materializzare concretamente queste due classi? Beh, certamente con quello che io definisco la verticalizzazione.
In buona sostanza tutta l’architettura della chiesa si sviluppava in altezza. Per cui noi abbiamo le cupole della cattedrale, dell’abbaglia, ma tante altre chiese che si sviluppano con questa altezza quasi a dominare, anzi a dominare la città e dire chiaramente comando io da parte della chiesa. Quindi la verticalizzazione.
Nello stesso anche un’altra caratteristica architettonica dei palazzi di quel periodo fu la ricchezza dei palazzi. E lo vedremo tra poco nella fotografia successiva. Questa invece è Piazza Duomo nel 1880.
Infatti lì c’è il campanile. Questo campanile fu costruito dall’architetto Carmelo Sciuto Patti nel 1868. Il campanile è alto 45 metri.
Invece la cupola, a proposito di quello che dicevo voi anzi sulla verticalizzazione, è alta 66 metri. L’architettura quindi da parte della chiesa come simbolo di potere che dominava la città. Questa è la caratteristica appunto delle costruzioni e dell’architettura della chiesa.
Andiamo un attimo avanti per vedere quello che era la veduta di Catania nel 1860, cioè 165 anni fa. Noi abbiamo il porto di Catania e abbiamo anche la porta del porticello. E’ questa porta quasi invisibile che si può notare al centro della foto, un po’ più spostata sulla destra, tra l’Arcivescovado e il Palazzo Biscari, che si affacciavano direttamente sul mare, tra le altre cose.
Noti? E noti sempre queste cupole che comunque dominano la città. Le costruzioni della chiesa erano tutte, lo ripeto, molto alte perché dovevano dominare, dovevano dare questo segnale di potere nei confronti della città, del popolo, che avevano invece delle case terranee, erano tutte case molto basse. Ora vediamo se troviamo un’altra foto.
Infatti anche per quanto riguarda l’Etna che si vede di sfondo, anche quello, no? Cioè nel senso, è solo l’Etna essere più alta delle cupole. Assolutamente. Sull’Etna poi magari faremo un ragionamento a parte.
Sì, sì, è una riflessione. Voglio farvi vedere un’altra cosa che non può lasciare veramente stupefatti, ma che comunque testimonia attraverso gli occhi di Bridge, attraverso la sua macchina fotografica, quella che era l’altro simbolo del potere catanese. Quindi non solo la chiesa che si sviluppava verticalmente, ma anche, guarda qua, questo è il palazzo Biscari.
Il palazzo Biscari sì, che era direttamente sull’acqua, sì. Sì, si affacciava direttamente sul mare. Beh, possiamo dire che qui la manifestazione di potere della nobiltà era rappresentata dai palazzi.
Figurati che il palazzo Biscari è costruito sulle mura vicinità della città. Quindi, insomma, un segnale di grande potere tra le altre cose. Il primo palazzo che si vedeva una volta arrivati nel porto, giusto, se non sbaglio, più o meno.
E poi un’altra cosa che mi ricordo, proprio all’arco dove c’è ancora la pescheria, aveva delle chiuse che permettevano poi ai nobili di poter fare il bagno internamente al cortile, se non sbaglio, una cosa del genere. Tutto questo fu fatto anche a Domina quando la nobiltà si trasferì per le residenze estive a Domina. Ad esempio, accanto al palazzo Rebordone, che sorgeva accanto alla chiesa del Domina, poi fu abbattuto durante un bombardamento anglo-americano nell’ultimo conflitto mondiale.
Internamente c’era una sorta di piscina con l’acqua naturale del mare di Domina, tra le altre cose. Quindi, figurati, c’era una sorta di privilegio notevole. Comunque, come si manifesta il potere della nobiltà? Il palazzo Biscari è un esempio chiaro.
Noi abbiamo non solo decorazioni, non solo ricchezza nella parte esterna, che è ancora oggi anche nella parte interna, ma principalmente rappresentare il dominio dell’aristocrazia sul mare, che allora era centrale per tutte quelle piccole esportazioni, vendite, che venivano fatte all’interno del nostro paese, all’interno della Sicilia via mare. Quindi possiamo dire che da questa foto viene confermato che il palazzo Bischeri aveva quasi un molo privato, quindi aveva questo dominio sul mare che era simbolo di potere. Da una parte il mare, dall’altra parte l’Etna e quindi anche il Feudo.
E questo conferma quello che era il potere della nobiltà. Quindi, tornando a quello che dicevo prima, durante la prima fotografia, Bridge, questo reverendo anglicano, sostanzialmente non solo fotografa Piazza Duomo, ma principalmente fotografa la fine di un’epoca, cioè a metà dell’Ottocento viene a cadere pian piano il dominio su Catania, la parte della chiesa e la parte della nobiltà. E quindi inizia a manifestarsi una lenta ma decisiva trasformazione, che ora vedremo anche durante le prossime fotografie.
Ecco, questo è un altro particolare di Palazzo Biscari, 179 anni fa. Ricordo che Palazzo Bischeri fu realizzato dalla famiglia Paternò Castello, principi di Bischeri al fine del Seicento e poi completato dopo il terremoto, infatti fu poi rifinito proprio dopo il terremoto del 1693. Le mura, queste mura, sono quelle che resistettero, insieme ad altre poche infrastrutture nella nostra città, che, voglio ricordare, fece ben 16.000 vittime, e rimasero dopo il terremoto del 1693 soltanto circa 4.000 catanesi in città.
Quindi immagina la violenza di questo terremoto. Eccolo qua, questa è un’altra bella foto che mette insieme il Palazzo Bischeri, sulla destra, vedi? Le cupole della chiesa, alte, dominano e la marina, questa passeggiata che praticamente veniva gestito dai catanesi come luogo centrale, come luogo dove andare la domenica o nei giorni di festa a passeggiare. Questa passeggiata poi si concludeva nella Villetta Pacini, dove veniva ospitata anche la banda cittadina.
E quindi, diciamo, il cuore di quella Catania di quell’epoca era la marina. Prima chiaramente della ferrovia, quello è stato poi…
Assolutamente. Ha violentato il centro, quella è stata una violenza.
Ma infatti chi mette in crisi la nobiltà e il clero? La nascita di una nuova classe sociale, la borghesia. E cosa succede? Succede che praticamente quello che era il luogo centrale dei catanesi, la marina, quindi il mare, questo rapporto simbiotico tra i catanesi e il mare, viene spezzato, viene rotto. E il mare fa una brutta fine.
Lo vedremo tra poco. Intanto andiamo avanti con qualche altra topografia. Questa è una stupenda stampa che ritrae il porto, ma ritrae anche quello che era l’affaccio della città sul mare.
C’è una data storica a proposito di frattura fisica e psicologica dei catanesi nei confronti del mare, che il 3 gennaio 1867 fu aperta la stazione centrale, costruita, pensa, sulla scogliera dell’Armisi. Ovviamente questo fece scoppiare una contestazione non indifferente nella città, con quella che fu l’inevitabile costruzione del viadotto aperto al traffico ferroviario il 1 luglio 1869. Quindi il punto di rottura, quello che naturalmente creò questa enorme ferita, fu la costruzione della ferrovia, perché in buona sostanza intanto fu costruita fuori dal centro storico.
Quindi la borghesia disse ai catanesi o ci seguite nell’espansione della città in questa direzione, oppure andate per i fatti vostri. Questo creò la frattura che conosciamo, perché poi nell’ottica, nella visione di quella borghesia e quindi della ferrovia e quindi di questa infrastruttura, il mare diventa non più centrale come era qualche tempo prima, ma addirittura lo si escluse da tutto quello che era invece la realizzazione di questa infrastruttura. Quindi il mare fu da quel momento in poi abbandonato.
E questo è diventato chiaramente vero nel corso del tempo e ancora oggi c’è questa frattura che non è stata risanata, perché noi non è che abbiamo, pensaci bene Susanna, non è che abbiamo ristabilito un buon rapporto con il nostro mare. Noi siamo una città affacciata sul mare, però in quali punti effettivamente viviamo senza alcun problema questo mare? È una domanda che ti faccio. Assolutamente.
Gli unici punti da cui si potevano vedere ora sono per essere ancora più occultati. Sto pensando alla zona del Viale Africa. Cioè deve arrivare a Piazza Europa, che era sicuramente una zona fuori completamente dal centro storico.
Cioè Catania è sul mare, ma al centro storico di Catania il mare non si vede assolutamente. Eppure se tu sali soltanto di qualche decina di metri, magari ti metti sulla terrazza del Museo Diocesano, hai invece questa chiara visione, questa chiara sensazione della vicinanza del mare, proprio da quella altezza. Ma l’ulteriore frattura, ancora più profonda, che venne provocata da questa borghesia nella costruzione della ferroviaria fu anche l’interramento di tutta questa zona che portava il mare direttamente in città.
E quella che noi oggi percorriamo, anche accanto al Palazzo Biscari, era prima occupato dal mare, tutto cementificato a partire dagli anni venti al novecento. E quindi pian piano questo mare, che era un misto di acqua salata e acqua dolce, perché l’Amenano si scarica nei fondali, direttamente in quella zona, in quella che un tempo veniva chiamato il Porticello, tra le altre cose. Quindi tutto questo viene interrato.
Quando fu deciso l’ampliamento del posto di Catania e lo stesso viadotto fu inglobato all’interno del suburbano, tra le altre cose. Quindi questa opera di cementificazione fu veramente micidiale. Io concluderei, almeno questo primo nostro appuntamento, con questa fotografia.
Guarda il viadotto come era prima, che venisse tutto cementificato, coperto dal cemento. Questa era Catania nel 1869. Infatti poteva restare almeno così, tra la violenza che era stata fatta, quantomeno il mare… Assolutamente sì.
La borghesia se ne fregò assolutamente dal mare, puntava all’infrastruttura tecnologica, quindi la mobilità, la ferrovia, ma anche i tram. Nel 1905 erano i tram a Catania. I catanesi iniziano a muoversi in modo molto più veloce tra le altre cose.
Quindi velocità nei movimenti, ma anche velocità nel pensiero tra le altre cose. Quindi dal 1846, poi da metà dell’Ottocento, Catania veramente inizia a essere, a trasformarsi, grazie a causa della tecnologia. Quindi a sinistra abbiamo il ponte ferroviario, si inaugura il ponte ferroviario e la ferrovia scavalca il tessuto urbano, come dicevo.
Questa è la prima volta che vedi… Io sono senza parole perché nel frattempo sto osservando. Vedi, già così avrei comunque tollerato. Sicuramente… Questa è la figura più bella.
Con il mare sarebbe rimasto inalterato. Eppure con la ferrovia l’economia della città finisce. L’autonomia dell’economia cittadina finisce.
Passava a quello che si vede nel fondo, era la Villa Pacini quindi. Sì, esattamente sì. Quindi la Villa Pacini era sul mare in questo modo.
Ma infatti ti affacciavi sul mare. Sul mare. Per questo poi hanno recuperato in qualche modo anche il fiume Amenano che passa all’interno della Villa Pacini.
Insomma, uno scatto di dignità per le altre cose. Insomma, è una fesseria. Considerando quello che sto vedendo io sto cercando di… Per questo mia nonna che ha assistito a questo trapasso, nel senso che lei avrà avuto nel 1927 dieci anni, undici anni, e lei si ricordava comunque vagamente, ma sto parlando perché lei è del 1917, io ho vissuto con lei, quindi lei aveva un ricordo diverso proprio della… Esattamente sì.
Comunque, Susanna, con il viadotto, con la ferrovia, l’economia della città, l’economia autonoma della città finisce a scompare. Non solo, ma non scompare questa autonomia, ma scompare anche il mare. Anzi, diventa un ostacolo al progresso, alla modernità.
E quindi i catanesi si incavolarono, però non ti dico, ci fu una delle questioni veramente molto, molto accese. Ad un certo punto abbandonarono così la marina, in buona sostanza, proprio perché succede un’altra cosa molto importante dal punto di vista architettonico. Emerge la via Etnea, anche perché via Etnea diventa un nuovo asse di potere, poiché la borghesia inizia a costruire, ad acquistare immobili in quella zona dove inizia a collocare negozi, studi, sedi di rappresentanza.
Quindi pian piano via Etnea diventa quella che oggi conosciamo. E il baricentro si sposta dalla marina a via Etnea. Ma di questo, se vuoi, se ti fa piacere ne parliamo noi.
Certo, assolutamente. Per oggi è andato benissimo. Quindi noi salutiamo, spettatori e spettatrici, salutiamo il dottore Franz Cannizzo, che mi ha lasciato senza parole che non è una cosa facile, ma di fronte a questa bellezza e anche storia proprio nel senso più ampio del termine.





