• Attualità
  • LifeStyle
  • Arte
    • Arti visive
    • Musicologia
  • Psicologia
  • Mente, corpo e spirito
  • Cultura
    • Mysteria
    • La Boa di Plutarco
  • Food Style
    • Sapori e Saperi
    • La Ricetta
  • Idee
    • Hi Tech
21 °c
Catania
  • Login
Le Culture
Nessun evento
  • Attualità
  • LifeStyle
  • Arte
    • Arti visive
    • Musicologia
  • Psicologia
  • Mente, corpo e spirito
  • Cultura
    • Mysteria
    • La Boa di Plutarco
  • Food Style
    • Sapori e Saperi
    • La Ricetta
  • Idee
    • Hi Tech
No Risultati
Vedi tutti i risultati
Le Culture
  • Attualità
  • LifeStyle
  • Arte
    • Arti visive
    • Musicologia
  • Psicologia
  • Mente, corpo e spirito
  • Cultura
    • Mysteria
    • La Boa di Plutarco
  • Food Style
    • Sapori e Saperi
    • La Ricetta
  • Idee
    • Hi Tech
No Risultati
Vedi tutti i risultati
Le Culture
No Risultati
Vedi tutti i risultati
Home Arte Arti visive

Fuori Onda: Bob Liuzzo designer, il “logos” Catania tra Etna, Lava e Mare

Bob Liuzzo: Tutto quello che si chiama Catania, non la sua architettura, il suo passato, il suo presente, anche il suo futuro, è soggetto da quello che fanno l'Etna, la lava e il mare, che non vuol dire che creano solo territorio, lo sappiamo bene che tutto qui esiste grazie a quello, ma creano le storie, creano i luoghi dove quelle storie avvengono, che siano storie da turista o che siano storie da residente, che siano storie di passato, storie di futuro e non volevo fare un logo per rappresentare la città nella sua pura essenza, volevo fare un testamento per la città, perché Etna, lava e mare non sono chi siamo, chi siamo stati e vorrei dire chi sempre saremo, perché potremmo non essere per sempre, domani arrivano gli alieni, spaccano tutto e vengono a vivere in questo luogo di mondo che noi finora abbiamo chiamato Catania, che prima chiamavano Katane, non importa, cambieranno tutto, non ci sarà più il barocco, Sant'Agata, l'elefante, non ci sarà più nulla, ma anche loro saranno soggetti a Etna, lava e mare, quindi potranno tenersi questo simbolo!

Susanna Basile di Susanna Basile
Gennaio 4, 2026
in Arti visive
Tempo di lettura: 15 minuti
A A
0

Bob Liuzzo: Tutto quello che si chiama Catania, non la sua architettura, il suo passato, il suo presente, anche il suo futuro, è soggetto da quello che fanno l’Etna, la lava e il mare, che non vuol dire che creano solo territorio, lo sappiamo bene che tutto qui esiste grazie a quello, ma creano le storie, creano i luoghi dove quelle storie avvengono, che siano storie da turista o che siano storie da residente, che siano storie di passato, storie di futuro e non volevo fare un logo per rappresentare la città nella sua pura essenza, volevo fare un testamento per la città, perché Etna, lava e mare non sono chi siamo, chi siamo stati e vorrei dire chi sempre saremo, perché potremmo non essere per sempre, domani arrivano gli alieni, spaccano tutto e vengono a vivere in questo luogo di mondo che noi finora abbiamo chiamato Catania, che prima chiamavano Katane, non importa, cambieranno tutto, non ci sarà più il barocco, Sant’Agata, l’elefante, non ci sarà più nulla, ma anche loro saranno soggetti a Etna, lava e mare, quindi potranno tenersi questo simbolo!

 

Come nasce Bob Liuzzo, cioè Giuseppe Liuzzo detto Bob, come nasce?

Come ogni altro essere umano, ma non vorrei essere volgare in prima serata citando parti del corpo, no no, come nasce non lo so, allora nasce, cresce a Catania, sin da piccolo montava e smontava sorpresine di ovetti di cioccolato senza seguire le istruzioni, dopodiché da sempre appassionato non tanto del disegno ma di quello che il disegno causa nelle persone, non mi interessava che il bel disegno venisse appeso, sai il tipico disegno di mamma, papà, casetta sul frigorifero, ma capire che quel disegno avrebbe trasformato quel frigorifero per sempre in modo che nessun altro l’avrebbe avuto uguale, poi non è vero perché i disegni dei bambini sono tutti uguali, ma il concetto è quello. Liceo artistico, quindi cinque anni di occupazione, oggi si chiama Emilio Greco a Catania, una volta era solo liceo artistico statale di Catania, giornate della creatività, Catania, cresciuto sotto quella frase su cui crescono molti ragazzini di Catania, Catania e il Catania non si toccano e io dicevo sempre ma se qualcosa la ami dovresti toccarla, ogni tanto pensiamo che amare qualcosa vuol dire non toccarla anziché toccarla ogni giorno, poi istituto europeo di design di Roma.

Roma è una città in cui non vivrei manco morto perché è solo bella se sei un turista e quindi un anno alla scuola visual art di New York con una borsa di studio vinta, New York è una città che sicuramente ti segna perché tutto è meno che un luogo, è un esperimento per vedere se tutto il mondo può coesistere in un unico luogo della terra, tornando da New York Milano, designer principalmente visivo freelance, lavorato per varie agenzie dal 2010 freelance, dal 2014 docente all’Istituto Europeo di Design di branding e brand design, non che io sappia cosa voglia dire ma lo insegno, come si dice chi non sa fare insegna, dal 2016 coordinatore dei corsi di laurea triennali in graphic design dell’istituto europeo di design, ma principalmente penso che la cosa più importante sia catanese atipico, fammela dire così, forte credente della frase di Kennedy ma adattata al nostro territorio, “non mi chiedo cosa Catania può fare per me ma cosa io posso fare per lei”, non importa ovunque io mi trovi nel mondo, d’altronde mi ha dato la cosa principale, io non ho studiato a Catania, sono cresciuto ma non ho studiato ciò che faccio per lavoro, ma mi ha dato quello che è la vita e quando qualcuno ti dà questo, che sia una madre o che sia un luogo, qualcosa in cambio gliela devi sempre, ti basta?

Assolutamente sì, guarda fossero tutti così sarei io felice, il mondo sarebbe già finito, la gente perde un sacco di tempo nei preamboli, sai dove mi piacciono i preamboli visto che io faccio nella vita privata la psicologa e la sessuologa clinica, i preamboli là mi piacciono.

 

Quelli si chiamano preliminari, però se li vogliamo chiamare preamboli, d’altronde l’etichetta è un mondo che ha fatto perdere significata la parola mamma, che vuoi che parola, che significato deve avere, preliminari ormai.

 

Infatti, ma poi preliminari alla fine, preamboli che ho coniato in questo momento per quel discorso, secondo me c’è anche la parte di simboli dentro, quindi il preambolo significa che anche tu arrivi là e fai questo, lo vedi, già è un preambolo. Esatto, ma il preambolo ha una narrazione, preliminari è tecnico, preliminari è scientifico, invece il preambolo è simbolico e quindi siamo lì, tipo ora ti faccio questo e quindi siamo felici.

 

Esatto, questo sono io che negli anni, ti ripeto, poi ho fatto questo maledetto simbolo indipendente per la città di Catania che vedi qui sul cappellino, che giustamente se mi tolgo scompare lo sfondo.

 

No, ma si vede, si vede, ma tutto quindi quando è iniziato, quando ci siamo conosciuti, che anno era? Era il 2019, però ti dirò che è iniziato molti anni prima, è iniziato quasi quasi 13 anni prima, mentre mi trovavo a New York, sai New York è una città dei simboli e capisci il potere dei simboli. Anche l’attentato dell’11 settembre in New York non era un attentato agli Stati Uniti, era un attentato al simbolo che quelle torri rappresentavano.

 

La strada della libertà era un simbolo anche per chi migrava, la vedeva e il viaggio era finito e una nuova vita era iniziata. Io mi ricordo che ero, ho conosciuto un bel po’ di volte Milton Glaser che è morto nel 2020 a 90 anni, grande designer, autore tra i tanti lavori che ha fatto, ricordato purtroppo per il marchio I love New York, il logo più copiato del mondo, zero creatività, io cuore NY, perché doveva dire negli anni 70, quando New York aveva della criminalità, c’era tutto un fatto di riprendere, partiamo dal fatto di dire che questa città la amo e giustifichiamo il fatto che ci sia la polizia in giro, la sorveglianza e quant’altro. Quel logo lui lo donò alla città, io da ragazzino ventenne ero molto incazzato, molto, perché dicevo New York riesce a non usare un suo monumento e avere un simbolo che unisce le persone.

 

Ultimamente dopo il covid hanno trasformato, poi la storia non è proprio così, non è cambiato, ma I love New York, la città ha proposto We love e tutti si sono incazzati, perché siamo nell’epoca del We, questo noi, ma il problema è che indossare la parola io e vedere un altro che indossa lo stesso io, I love New York, I love New York, sappiamo di essere noi senza che loro scrivano noi. Però lì ero a New York e dicevo posso credere che non possiamo avere uno stesso simbolo per Catania e mi ricordo che schizzai queste linee, perché poi si è evoluto e questo è il ragionamento mio di vent’anni, un ragazzo di vent’anni fa dei ragionamenti fantastici che col senno di poi se ne pente, ma mai pentirsi, perché siamo la conseguenza di ciò che facciamo. Tutto quello che si chiama Catania, non la sua architettura, il suo passato, il suo presente, anche il suo futuro, è soggetto da quello che fanno l’Etna, la lava e il mare, che non vuol dire che creano solo territorio, lo sappiamo bene che tutto qui esiste grazie a quello, ma creano le storie, creano i luoghi dove quelle storie avvengono, che siano storie da turista o che siano storie da residente, che siano storie di passato, storie di futuro e non volevo fare un logo per rappresentare la città nella sua pura essenza, volevo fare un testamento per la città, perché Etna, lava e mare non sono chi siamo, chi siamo stati e vorrei dire chi sempre saremo, perché potremmo non essere per sempre, domani arrivano gli alieni, spaccano tutto e vengono a vivere in questo luogo di mondo che noi finora abbiamo chiamato Catania, che prima chiamavano Katane, non importa, cambieranno tutto, non ci sarà più il barocco, Sant’Agata, l’elefante, non ci sarà più nulla, ma anche loro saranno soggetti a Etna, lava e mare, quindi potranno tenersi questo simbolo, pur non essendo ciò che siamo noi, e volevo un simbolo non per vendere la città, sai, i luoghi turistici, perché il turista si porta dietro quello che il residente si porta dentro, e quelli ai luoghi New York, newyorkesi, ce l’avevano dentro, lo vedevo, compravano le magliettine, poi vedi anche i turisti, ma lo vestono nella quotidianità, e in qualche modo lì è nato dallo Stato che c’era un problema a risolvere, io non volevo chiamare il sindaco di turno e dire proviamo a vendere la città come un prodotto, volevo un simbolo democratico, che venisse dal basso, che non fosse un’imposizione di vendiamo la città, patiniamola, che fosse silenzioso, che non urlasse, sai, ultimamente un amico mio, bravissimo, Massimo Sirelli, ha fatto Catanzaro, dove tutto si incontra con queste lettere colorate, mi ha chiamato, ha detto Massimo è un lavoro bellissimo, graficamente vende la città, ma è finto, perché le città non sono luoghi da vendere, sono luoghi da vivere, da raccontare, come li racconti, questo simbolo non fa storytelling, il marketing oggi deve fare storytelling, tutto è contenuto, fa story starting, perché tutto quello che succede qui poi diventa diverso, ma nasce da radici in comuni, e questo va oltre la grafica, e serviva un simbolo grafico semplice, perché poi molti mi dicono, ma sti quattro linee di merda che devi fare, colori e, mettici il barocco, mettici l’arancino, poi molte volte i simboli turistici sembrano riduttivi, patiniamo le città facendone sembrare obbligatoriamente divertenti, sembrano schizzati dai bambini, non volevo un simbolo che fosse disegnato da un bambino, ma un simbolo che anche un bambino sapesse disegnare, ecco perché la geometria, e quando ricevi disegni dei bambini che fanno queste quattro linee e li colorano, questo ha un valore molto più superiore ai soldi.

 

Ma per esempio io che ora lo vedo così di sghimbescio, è anche più interessante perché ti dà l’idea di un’Etna dentro il mare, tipo un iceberg, la punta dell’iceberg, e il fuoco verso sopra, quindi anche a distanza, esatto, allora giusto, giusto poi alla fine.

 

E soprattutto ti ripeto, in realtà sai cosa, poi molti ti dicono, abbiamo vulcani e mare, c’è Napoli che è più famosa di noi, la parte che i napoletani hanno il golfo, non è vulcano e mare, perché Catania ha una relazione strana col mare, come se non lo avesse quasi.

 

Sì, sì, no, questo mare è negato, noi abbiamo fatto tempo fa, a proposito, un articolo sul fatto che noi il mare non ce l’abbiamo, infatti tu dovè che sei, non è che sei a Catania, tu sei ad Acitrezza, fondamentalmente.

 

E poi soprattutto ricordiamoci, attenzione con le parole, cosa è Catania? Noi siamo in Italia, l’Italia è un paese maledetto perché antico, ha simboli sovrapposti, stratificati, Catania è un’intera area metropolitana da quasi 3 milioni di persone, non dimentichiamoci, è su, Catania non è il centro città con i suoi 300 mila e qualcosa abitanti, Catania arriva alle appendici dell’Etna, i paesi etnei, arriva al confine con Taormina, se non la ingloba pure, quindi la parola Catania dobbiamo stare molto attenti quando lo utilizziamo, non è quel piccolo centro storico di città barocca con i sotterranei sepolti alla lava che romanticizziamo, è un ecosistema urbano molto più ampio, è la metropoli, una delle metropoli più grandi del Mediterraneo ed è la metropoli italiana più a sud e forse mi azzarda a dire la metropoli europea più a sud, però ora dovrei guardare bene un mappamondo. Non siamo una città di mare coi pescatori, non siamo la Sicilia che ti aspetti, a volte dico non la Sicilia che ti hanno raccontato perché io odio la Sicilia, questo simbolo nasce anche un po’ in contrasto, attenzione, odio cosa vuol dire? La Sicilia è un palcoscenico così luminoso, così bello che oscura i suoi attori e nessuno vuole vedere solo il teatro, Catania, Palermo, Agrigento, Caltanissetta, tutto è Sicilia e quando tutto è Sicilia niente è Catania, essere siciliani è un orgoglio, essere catanesi, palermitani e agrigentini è una responsabilità, quindi siamo siciliani ma ogni tanto dovremmo ricordarci di dire il nome delle nostre città, sennò diventiamo sempre Badu in Sicilia, un’isoletta con la palma, con questa visione Milano-centrica o ancora peggio Scendo Giù, ma giù dove?

 

Infatti ci sono, scusa se ti interrompo, ma ci sono, diciamo, da quando giro molto per il discorso del vino, da quando faccio la giornalista in gastronomica e incontro persone che sono scese giù in Sicilia, parliamo di nordici non di siciliani, cioè proprio di turisti, incontro poi quelli, come si suol dire, illuminati che mi dicono ho fatto dieci giorni nella Sicilia orientale, la prossima estate scenderò dieci giorni nella Sicilia occidentale, io la faccio chapeau. Ogni tanto ci dimentichiamo, Catania e Palermo hanno la stessa distanza di Milano e Firenze, però sai questa è una, questa l’ha voluto la Sicilia, no? Una volta avevano fatto quel logo turistico Sicilia , con le lettere tutte colorate, ovviamente tutti criticati, fosse la Giamaica potrei capire, la tua isola felice, ma la Sicilia felice, però era proprio quando hai troppo da dire finisci per non dire nulla e le nostre città soffrono, io ti ripeto sono molto provocatore, sono orgogliosamente siciliano, la Sicilia per me è una nazione, non è una regione.

 

Anche un continente, a livello vinicolo è un continente, a parte io quest’anno sono stata al Vinitaly per la mia prima volta e il Vinitaly è un posto, ti viene la vertigine di quanto è grande, quindi io non ce l’ho stata mai e ho visto diciamo il reparto Sicilia che tra l’altro quest’anno era particolarmente così e là tu ti rendi conto, là ti rendi conto che siamo un continente solo per il vino, solo per il vino! Lo so, lo so, ma te la farò vedere anche diversa, sai la Sicilia non è un continente, è una nazione, inserita in un continente che non è l’Europa, non è l’Africa, ma il Mediterraneo, di cui ci hanno privato, che ti ricordo essere stato il centro del mondo, la Sicilia prima o poi dovrà fare i conti e riappropriarsi col fatto che è nel continente liquido più grande del mondo, il Mediterraneo, però qua entriamo in discorsi geopolitica, però per farti capire che dietro queste tre lineette che ogni volta lo disegna un bambino io dico cavolo, sai ha qualcosa da chiamare casa e c’è un effetto scientifico di dietro questo simbolo perché all’inizio è freddo, è geometrico e io l’ho chiamato l’effetto “pi vero”, sai esiste il pi greco, questo è il “pi vero” che è semplicemente l’esclamazione siciliana pi vero, all’inizio tu non sai cos’è ed è successo quando facevamo i murales eccetera, sai la vecchietta è vicina, ma chi state con me nanno, signora calma, il nero è l’Etna, il rosso è la lava, l’azzurro è il mare e il bianco è questo cielo che però è una pagina bianca, la gente sgrana gli occhi e fa pi vero e quella geometria scompare e compare una cartolina, compare un disegno, la geometria e la matematica sono linguaggi universali e sta a noi poterli fare scomparire, i numeri sembrano freddi a meno che, sai se contiamo quanti sassi ha una spiaggia è freddo, se contiamo quanti baci ci hanno dato quel numero non è più freddo, quindi l’effetto pi vero di questo simbolo vuole essere proprio questo e la grafica è difficile, sai la grafica è un atto di governo, il city branding come dicono gli spetti è un atto di governo, non è un disegno, deve diventare un alfabeto, un linguaggio, ora io faccio molte volte un esempio terribile ma resta in mente, una svastica nazista all’inizio era un disegnino, non era il linguaggio di odio che conosciamo a destra, qualcuno ha disegnato quella crocetta nazista, giorno 1 non se la cacava nessuno, ma che devi fare? Oggi è il linguaggio d’odio. Sono pochi quelli che sanno che praticamente la svastica ha origini indiane, che è una croce, che è in movimento e che quindi ha un’altra simbologia. Ti faccio un esempio, quasi 30 anni fa ho partecipato a una mostra, perché anch’io più che pittrice sono stata sempre una grafica in questo senso e quindi avevo portato i miei chakra, nel 97 ancora i chakra a Catania erano tipo delle pendole a pressione, quindi ho messo tutti questi e uno di sette chakra.

 

Gli chakra sono centri energetici che stanno nel corpo umano, che corrispondono alle ghiandole, così te la faccio breve, comunque hanno una simbologia a dove uno di questi, c’ha pure le svastiche, mi ricordo perfettamente questi tondi di legno appesi, cominciano ad entrare le persone, ah belli belli, ah ma che sei nazista? Ho detto no, questi si chiamano chakra, sono indiani. Ah ma perché gli indiani erano nazisti? Ho detto ok, vabbè parliamo. Allora guardaci, ho detto senti, devi sapere che questa è una croce in movimento.

 

Loro l’hanno presa perché energeticamente serviva per determinate cose, ma è tanto inutile, c’è poi alla fine il 95 per cento della popolazione. Hai dato voce secondo me a due frasi bellissime, la prima è le persone creano i simboli e poi i simboli creano le persone, ma soprattutto la storia la scrive chi vince. I nazisti hanno vinto perché la loro è stata più diffusa, poi grazie agli americani che ce l’hanno fatta vedere più dei nazisti la svastica, gli americani, ma è stata diffusa più di quella in dubbio.

 

Quindi ovviamente nella nostra cultura occidentale quando vediamo quella simbologia non possiamo che associarla purtroppo a un linguaggio d’odio, pur sapendo la storia pregressa nessuno la vestirebbe. Certo, assolutamente, perché poi ci vuole poco, ma poi alla fine la croce è il simbolo della religione cristiana, quella poi che cos’è una croce uncinata invece quella è il simbolo del che cosa alla fine, però appunto sono d’accordo con te che è quello che dico sempre alle persone, noi fino a 4-5 anni non sappiamo né leggere né scrivere, quindi come agiamo, come ci relazioniamo con il mondo attraverso le immagini, quindi le immagini sono molto più potenti della scrittura, non c’è dubbio, anche perché noi ci formiamo in quel periodo, no?

No, sì, noi siamo animali visivi, se il nostro senso primario è la vista motivo c’è, se gli occhi ce li abbiamo sulla testa e non dietro le ginocchia un motivo ci sarà. Oppure da un’altra parte.

 

Lasciamo stare, che qualcuno ce li ha gli occhi nelle altre parti secondo me. Però sai, allora, io ora provo a dirla nella maniera più semplice, io quando dicono un’immagine vale più di mille parole, dico è vero, ma molte volte mille parole non bastano per descrivere un’immagine. Noi iniziamo disegnando, nessuno ti insegna a disegnare, tu prendi i pastelli e le cere scarabocchi e riproduci il mondo, poi nel tempo affini il linguaggio con la scrittura.

 

Ora, noi abbiamo sempre questa guerra tra immagine e testo, il disegno è uno strumento naturale e istintivo, i due danzano, non stanno facendo la guerra. Se io vedo la fotografia del fungo atomico su Hiroshima, non mi dice tutto quello che mi deve dire, ma mi attira verso di lei, è come la ruota dietro di una motocicletta, dà la trazione. Poi se voglio sapere chi l’ha sganciata, che anno era, perché hanno creato quel fungo atomico che mi ha attirato, allora mi serve il testo per muovermi, come la ruota davanti tra le pieghe dell’immagine.

 

Però sì, noi siamo animali visivi e diamo le immagini per scontati, soprattutto in quest’epoca in cui ne vediamo davvero tante, ma le immagini diventano simboli e noi siamo il frutto dei simboli che ci circondano. Ricordo una cosa, anche le parole stesse sono simboli, la A, la B, la C, l’italiano è composto da simboli che poi diventano suoni, che poi diventano significati. Quindi entriamo in un discorso di… molti dividono la semiotica dalla semantica, io non sono di questa scuola di pensiero.

 

Il mondo non è etichettabile facilmente, il mondo è una serie di livelli sovrapposti. Abbiamo imparato che la storia è pagina dopo pagina, epoca dopo epoca. La tv va dal canale 1 al 2 al 3 al 4, cambiando in maniera graduale e il nostro cervello fa molta difficoltà a ragionare a sovrapposizioni, a sfumature, a gradienti che si inseriscono, a insenature.

 

Perché il nostro cervello d’altronde è un organo non ben sviluppato. Adora l’algoritmo, è matematico. Uno più uno deve fare due e quindi sceglie sempre la via più semplice, quella meno dolorosa.

 

Quando entri in questi ragionamenti, inizi a provare dolore che non è fisico, è mentale, perché inizi a farti la domanda più difficile del mondo. Perché lo sto facendo? Perché questa cosa deve esistere? Io so che questi sembrano tutto meno che i discorsi di un banale grafico. No, no, ma allora perché ci siamo evoluti reciprocamente, abbiamo fatto le nostre strade.

 

Non abbiamo mai fatto questi discorsi, diciamo che non abbiamo mai avuto tempo. Però ti dirò la mia. Cosa è successo in questi anni, a parte diciamo l’evoluzione? Si chiama disturbo, ma è bellissimo, si chiama pareidolia.

 

Cioè la pareidolia è quella per cui tu ti metti a guardare le nuvole e ci vedi le forme. Fosse solo sulle nuvole è questa cosa, diciamo, transeat, una si sdraia, guarda le nuvole, oh che bella questa, sembra questa e quest’altra. Questa cosa a me mi si è verificata con tutto, con la pioggia, con i sassi, con la carne tritata.

 

Sto facendo degli esempi assurdi. E mi si è verificato anche con i simboli. Quando io ho visto il tuo simbolo per la prima volta, anni fa, all’inizio ho avuto difficoltà, devo dire, a livello del chiasmo ottico, si chiama così.

 

Cioè non riuscivo a inquadarlo, vedevo le linee, non riuscivo a vedere il simbolo nell’insieme. Ci siamo? Ok. Ora invece, da quando è successo questo disturbo, che è bellissimo, se avessero tutti questo disturbo vedremmo cose fantastiche, in maniera naturale, attenzione, senza additivi.

 

Un po’ come succede penso con i funghi, non lo sai, quando tu dici a vedere quelle forme. Ora per esempio, che lo sto vedendo sul tuo cappello, sto vedendo cose nuove che non avevo visto prima. Cioè proprio, come ti dicevo prima, la punta dell’iceberg dentro l’acqua, che è l’Etna, ma se io lo capovolgo e vedo i colori rosso e bianco, per dire, che sono i colori della scacchiera, che sto facendo questo libro sulla scacchiera, e sono anche i colori di Sant’Agata, perché il bianco è il latte e il rosso è il ciclo, no? Perché sono i colori quelli.

 

Quindi sono andata oltre, quindi quello che ti voglio dire, è doloroso all’inizio, perché vedi le cose che vuoi vedere, come dici tu. Nel senso che ti hanno insegnato a vedere con la parte sinistra del cervello e quindi le vedi in quel modo. Capovolgendole, si innesca la parte destra del cervello, che è la parte quella che non capisce le forme, cioè in realtà quella vede quello che è blu.

 

Vediamo cosa dice Bob Liuzzo.

 

E’ giusto che ognuno poi crei delle immagini, sai, noi diamo, allora noi diamo un input, la grafica altro non è che puntare un dito, le persone non sono ignoranti, non è che non vogliono fare questi discorsi.

 

Io non ho mai conosciuto una persona che sia ignorante veramente, forse l’unica che la vedo allo specchio ogni mattina. Le persone hanno le loro vite, le persone hanno i loro pensieri, le persone evitano il discorso profondo e va bene così. Il trucco è provare a essere loro in dialogo.

 

Io, per esempio, ogni volta che mi chiamano artista, perché divento pazzo, non esiste non usare questa parola, per favore. Quasi come se mi chiamassero stronzo. Perché gli artisti, sai, l’arte ha passato vari cicli.

 

Io sono un artista nel senso originario della parola. Arte vuol dire abilità nell’usare gli strumenti, non importa quali essi siano, saldatori, pennelli, colori. Arte è la stessa radice semantica da cui deriva artigianato.

 

Artigianare, artificializzare qualcosa, creare. L’artista, quelli che fanno le mostre eccetera, con tutto il rispetto, è che entrano nei musei. Io molte volte ai miei studenti dico ragazzi, il giorno che diventate artisti finite di essere progettisti.

 

Nessuno si fida degli artisti. L’artista deve mimetizzarsi con le persone, deve osservarle. Sai, il nostro lavoro, il designer, questo lavoro tanto decantato che nessuno capisce che cazzo è, specialmente in ambito visivo, è il mix fra l’artista in questo senso che ti dico io, ovvero colui che usa gli strumenti, ma ancora più importante l’antropologo.

 

Osservare le persone, perché il design è un servizio per le persone, non è faccio vedere quanto so bravo, la mia visione più figa delle altre. Osservarle e capire come si muovono, cosa pensano e come potrebbero pensare. L’ultimo è l’ingegnere, perché il design è una questione di sistemi, crea linguaggi, è come un muro pieno di ingranaggi.

 

Basta togliere il più piccolo e non gira più nulla, gira male, ma non vuol dire che sia più inutile di quelli grandi. Sai, un motore della Ferrari, tolta la vitina più piccolina e compromette tutta la Ferrari figa. Quindi molte volte poi le persone vedono soltanto questa corazza esterna, ma il design è il 99% ciò che non vedi.

 

Il ragionamento, lo studio, che c’è dietro qualcosa. E ti ripeto la pareidolia che in realtà è una cosa da cui siamo affetti tutti, poi sta a noi darci significato. Sai, magari tu sei una persona che si interroga e dice ma perché? Ma perché? Molte persone non lo fanno non perché non ce l’abbiano, ma perché vogliono vivere delle vite più rilassate e tranquille.

 

Io dico sempre il mestiere del creativo, del designer, non è un mestiere. Il mio non è un lavoro che fai per vivere, è un lavoro che fai per morire. Dico lo stesso ai miei studenti ragazzi, sapete quanti laureati ci sono in materie artistiche in tutto il mondo ogni anno? Milioni, milioni.

 

Io ho detto, ma il problema è uno, se voi volete studiare la comunicazione visiva, vi dico sempre, è come affiliarsi alla mafia. C’è solo un modo per uscirne, con i piedi davanti. Perché è 24-7, iniziate a vedere cose che gli altri non vedono, le gabbie di impaginazione, il font che riflette la luce su un cartello stradale.

 

Iniziate a vivere una vita complessa per facilitare quella degli altri. Quindi dico sempre, la pareidolia ce l’abbiamo tutti. Beato chi non ci casca, perché vive più sereno e tranquillo.

 

Susanna voglio dire, stai vivendo una vita terribile, se ci dai troppo peso.

 

Sì sì sì, ma questo poi mi è dell’avviso che se tu impari ad avere una nuova tecnica, una nuova abilità, mettiamola come una nuova abilità. Nel senso che a me piace aumentare le mie abilità, sia visive, sia uditive, sinestetiche, altra parola, bellissime.

 

Cosa succede? Una volta che succede questo, poi questa cosa la trasforma in un’attività.

 

Tags: bob liuzzocataniadesignerfuori onda

Ariticoli Correlati

BAROCK  Bold Iconic  Tribute to Gianni Versace  a cura di Sabina Albano
Arti visive

BAROCK Bold Iconic Tribute to Gianni Versace a cura di Sabina Albano

 S’inaugura a Catania il prossimo 5, 6 e 7 aprile nelle sale di Palazzo Biscari l’evento site specific BAROCK, Bold Iconic Tribute...

di Redazione
Aprile 6, 2024
Zancle Art Project, Giovanni Cardillo e una felice compagnia di artisti, curatori e critici d’arte
Arti visive

Zancle Art Project, Giovanni Cardillo e una felice compagnia di artisti, curatori e critici d’arte

Giovanni Cardillo direttore artistico Zancle Art Project, ci racconta: “Il nuovo linguaggio artistico contemporaneo, legato alla street art, è...

di Susanna Basile
Gennaio 25, 2024
“L’inutile tempo tra la vita e la morte” ne “La lunga cena di Natale” portato in scena da Giovanni Anfuso
Arti visive

“L’inutile tempo tra la vita e la morte” ne “La lunga cena di Natale” portato in scena da Giovanni Anfuso

Thornton Niven Wilder (Madison, 17 aprile 1897 – Hamden, 7 dicembre 1975) è stato un pluripremiato drammaturgo e scrittore...

di Susanna Basile
Gennaio 7, 2023
La Sicilia e la storia dei suoi artisti di strada emarginati  “La musica dei ciechi” con la regia di Valerio Santi
Arti visive

La Sicilia e la storia dei suoi artisti di strada emarginati “La musica dei ciechi” con la regia di Valerio Santi

“La musica dei ciechi” è un dramma teatrale scritto da Raffaele Viviani, attore, regista, capocomico, commediografo nonché protagonista di...

di Susanna Basile
Novembre 28, 2022
Prossimo articolo
Ztim Ztum Bang: il prof. Luigi Pruneti, la Gnosi e l’importanza delle donne “eretiche”

Ztim Ztum Bang: il prof. Luigi Pruneti, la Gnosi e l’importanza delle donne “eretiche”

  • Chi siamo
  • Video
  • Cookie Policy (UE)
  • Privacy Policy
  • Note legali
  • LeCulture
  • Privacy Policy
  • Cookie Policy (UE)
  • Note legali

© 2021-2024 Le Culture - Mensile di cultura di Naos edizioni APS - reg. Tribunale di Catania n. 2/2024 Iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione al numero 35966 - P. IVA NO

Welcome Back!

Login to your account below

Forgotten Password?

Retrieve your password

Please enter your username or email address to reset your password.

Log In

Add New Playlist

No Risultati
Vedi tutti i risultati
  • Attualità
  • LifeStyle
  • Arte
    • Arti visive
    • Musicologia
  • Psicologia
  • Mente, corpo e spirito
  • Cultura
    • Mysteria
    • La Boa di Plutarco
  • Food Style
    • Sapori e Saperi
    • La Ricetta
  • Idee
    • Hi Tech

© 2021-2024 Le Culture - Mensile di cultura di Naos edizioni APS - reg. Tribunale di Catania n. 2/2024 Iscrizione nel Registro degli operatori di comunicazione al numero 35966 - P. IVA NO